La “Legge” ai tempi del Coronavirus (di Giuseppe Fauceglia)

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Il legislatore italiano negli ultimi decenni non ha brillato per chiarezza e semplicità, dando luogo a quelle molteplici e contraddittorie “interpretazioni” della “legge” che hanno caratterizzato l’esperienza della nostra giurisprudenza. Stesso discorso va ripetuto per gli atti della pubblica amministrazione, il cui  lo scarso valore semantico, a volte, è quasi pari a quello (apparentemente) dispositivo o precettivo, con rinvii costanti a precedenti provvedimenti o a fonti di legge, spesso tra loro palesemente in contraddizione.

Del resto, proprio questa “confusione”, raramente rinvenibile negli altri Paesi a c.d. capitalismo avanzato, provocò la famosa battuta di Giulio Andreotti: “La legge si applica per in nemici e si interpreta per gli amici”.

La storia si è ripetuta anche in occasione della legislazione di questo periodo di emergenza. Invece di seguire l’esempio di alcuni Paesi (come la Federazione Elvetica) che hanno emanato regole semplici, comprensibili ed esposte in modo sintetico, il nostro Governo ha già pubblicato in Gazzetta Ufficiale ben mille pagine di norme (il dato si ricava da “Il Sole 24 ore” di domenica 5 aprile), con testi spesso non coordinati tra loro o in palese contraddizione.  Si tratta di ben 234 provvedimenti di origine “statale”, cui si aggiungono “editti” ed ordinanze di varia natura, regionale e comunale.

Sembra, cioè, che la vasta e disarticolata produzione legislativa sia il frutto più di esigenze propagandistiche, che di concrete finalità normative.  Tanto si è praticamente manifestate con le varie conferenze stampa anticipatorie, in assenza del testo scritto, che in ogni ora del giorno e della notte hanno invaso il teleschermo o la rete degli italiani.

Tanto ha provocato un vero e proprio corto circuito tra Ministero degli Interni, Magistratura ordinaria e amministrativa, ordinanze regionali, rese queste ultime a volte in aperto contrasto con le disposizioni dello Stato, come è accaduto in Lombardia con la chiusura degli studi professionali, invece non prevista dal DL 19/2020, oppure in Campania con la opportuna anticipazione di provvedimenti dappoi assunti a livello nazionale, ed ancora con la diversa interpretazione che le Procure hanno dato del reato consistente nella violazione dei provvedimenti amministrativi in tema di tutela della salute pubblica.

Naturalmente, questa enorme confusione ha comportato incertezze interpretative, oltre che per i cittadini, anche per gli stessi professionisti, che hanno il compito di assistere le imprese nell’accesso alle provvidenze pubbliche, in assenza di un concreto e puntuale quadro di riferimento (nella campagna pubblicitaria del Governo si è omesso, ad esempio, di comunicare che sarà necessario predisporre regolamenti oppure altri atti amministrativi di attuazione).

Non solo, ma confuso resta lo stesso quadro della disciplina previdenziale, laddove non sono chiare e definite le competenze dell’INPS con quelle concorrenti delle altre Casse separate, come per le professioni “ordinistiche” oppure per i commercianti e gli artigiani.

Il legislatore, in sostanza, non ha compreso che il momento richiede un grande sforzo di modernità, consistente in un diverso approccio alla redazione delle norme e nello svecchiamento delle procedure burocratiche. La Pubblica amministrazione ha bisogno di più efficienza e meno incrostazioni burocratiche.

Basti pensare a quante difficoltà darà luogo nel pagamento dei crediti della pubblica amministrazione verso le imprese, il vincolo previsto dall’art. 48 bis del Testo unico delle imposte sul reddito, che esclude detti pagamenti allorquando le imprese abbiano “pendenze” con il fisco.

Vi è bisogno, allora, di maggiore consapevolezza politica e meno propaganda, imponendo alla comunicazione politica di essere chiara e veritiera, ma soprattutto coerente con gli interventi normativi, i quali devono presentare un minimo di coerenza, nonché di di vera e propria valenza dispositiva (di questo, purtroppo, il Paese si renderà davvero conto quando dovranno essere escusse le garanzie prestate dallo Stato per l’esposizione debitoria delle imprese) . Ma, forse, è pretendere troppo da questa classe politica.

Giuseppe Fauceglia  

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