Lo Statuto dei lavoratori compie 50 anni i diritti inviolabili dei lavoratori diventano legge

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Molti, e noi fra questi, ritengono che lo Statuto dei lavoratori sia l’equivalente della
nostra Carta Costituzionale. Era il 20 maggio del 1970 quando la legge 300 vide la
luce, ci volle un quarto di secolo per uniformare i diritti del mondo del lavoro ai
principi costituzionali.

Quella data segna un punto fondamentale, che si sostanzia con
l’introduzione dei principi democratici all’interno nei luoghi di lavoro. E’ bene
ricordare che prima dello Statuto, il lavoratore una volta varcato il cancello della sua
azienda, si trovava in un posto che non gli apparteneva più; anche se era dovuto
soltanto al suo sudore il merito di tenere in piedi l’esistenza di quel luogo, a lui non
era dovuto niente, non aveva il diritto di dire “bah” su nessuna decisione che
riguardasse la sua esistenza dentro quelle mura.

Braccia, solo braccia da sfruttare e sacrificate al bene supremo del profitto. Sembra così lontano quel tempo in cui non si poteva riunirsi in fabbrica e fare un’assemblea, eleggere i propri rappresentanti, discutere con l’azienda di organizzazione del lavoro e di salario, di turni e di orario.
Eppure è un tempo così maledettamente vicino.

Quei diritti conquistati con fatica e lotte dure che hanno infiammato gli anni ‘68 e ‘69, sono stati smontati in questi ultimi anni. L’articolo 18, il simbolo più alto di protezione dei diritti del lavoratore, è caduto sotto i colpi di un’imprenditoria che non aveva mai digerito l’impianto dello Statuto. Un impianto che diceva che il lavoro è un valore sociale, è alla base della nostra costituzione, e che non si può barattare con un risarcimento monetario.

Dopo è stato un susseguirsi di attacchi, fino alla messa in discussione della rappresentanza
sindacale nei luoghi di lavoro.

E dove questa era più agguerrita si sono create le condizioni per annullarla e metterla a tacere. Metodi che ci riportano ai tempi nei quali non c’era lo Statuto, metodi che voglio che esso venga cancellato. Assistiamo ad un attacco senza precedenti, come se in quella normativa risiedessero tutti i mali della crisi economica del nostro paese, e chi la difende viene tacciato come “vecchio arnese del novecento”.

Eccoci qua! Siamo noi quegli “arnesi”, quelli che dicono che l’impianto della legge 300 è ancora attuale, ma allo stesso tempo affermano che va modificato considerando le nuove istanze insite nello scenario complesso dei rapporti di lavoro. Dobbiamo estendere tutele e diritti a quei lavoratori che oggi non rientrano nell’impianto normativo della legge 300, a quei lavoratori assunti con un messaggino e con tipologie contrattuali che prevedono un solo giorno di lavoro.

Dobbiamo attualizzare l’impianto dello Statuto, e la nostra “Carta dei diritti universali del lavoro” è il nostro faro per riscrivere il Nuovo Statuto. Uno Statuto che non rinnega
nulla, ma sancisce che qualunque lavoro si faccia, a prescindere dalla sua durata, è un
valore fondamentale per l’affermazione della persona e ha diritto di un impianto di
tutele che lo salvi dal pericolo di diventare semplice merce di mercato.

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