I can’t breathe (di Cosimo Risi)

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“Non riesco a respirare” da grido di sofferenza del moribondo Floyd è divenuto il grido di battaglia di migliaia di contestatori, bianchi e neri, in giro per il mondo. Non ha il vigore di “I have a dream”, ho un sogno, di Martin Luther King, chi l’ha lanciato era un nero comune e non un predicatore laico.

E poi siamo nel 2020 e non nei Sessanta del XX secolo, ora le coscienze sono addormentate dal benessere diffuso e la paura è quella del Covid 19. Eppure la battaglia contro la discriminazione razziale resta attuale oggi come allora.

La fiammata che percorre gli Stati Uniti è periodica. Esaurita la spinta, la protesta si affievolisce sotto l’acqua degli idranti sociali: le promesse dell’Amministrazione di lavorare affinché episodi del genere non accadano più, l’appello ai Governatori perché inducano la Polizia ad atteggiamenti più miti, l’invito agli imprenditori di investire a favore delle zone disagiate. E via auspicando. Fino alla prossima fiammata.

Non sono bastati otto anni di Presidenza Obama, il primo nero, e con famiglia nera, a occupare la Casa Bianca. Barack Obama: il doppio mandato della speranza per i “coloured people” e per l’umanità. I colorati per essere stati ammessi nel centro del centro del potere mondiale. “The human beings” per essere liberati dall’incubo della guerra di distruzione di massa.

Dopo quasi quattro anni di Presidenza Trump le lancette dell’orologio della storia tornano indietro: alle violenze poliziesche ed ai saccheggi, alla nuova Guerra Fredda non  con l’URSS che non esiste più, ma con la Cina.

L’anno elettorale esaspera le azioni e le reazioni. Tutto si muove nell’attesa del giorno di novembre quando l’elettorato americano, ovvero una sua modesta quota, eleggerà il Presidente del mondo.  Ecco il paradosso. L’umanità intera è appesa al giudizio di una  pattuglia di elettori americani, molti dei quali non conoscono un panorama diverso dal natio.

Joe Biden ha appena ottenuto la nomination per i Democratici. Sarà lui a contrastare la rielezione di Trump. Ha una certa età, un profilo pallido, è cattolico e bianco: ha i requisiti per rassicurare l’elettorato in cerca di tranquillità dopo la burrasca. Ha  la carta Obama da giocare. L’ex Presidente, di cui Biden fu il Vice alla Casa Bianca, è sceso in campo con la forza dei milioni di followers sui social e con il prestigio intatto di chi è rimpianto senza speranza.

Al dunque il suo messaggio è: votare per Biden è come votare per il ritorno all’epoca d’oro della mia presidenza, un’esperienza che può tornare con le sembianze del mio affidabile Vice. Io sarò al suo fianco come eminenza grigia, di lui potete fidarvi come vi fidavate di me.

Si tratta di capire se l’appello di Obama sarà raccolto dalla popolazione colorata, quella che oggi protesta e quella integrata. La prima si astiene spesso dal voto, la seconda dovrebbe essere il volano per conquistare tutte le minoranze del paese, che insieme farebbero la maggioranza.

Il mondo che non vota sta col fiato sospeso. Le decisioni dell’attuale Amministrazione stordiscono per la loro apparente erraticità. Il Presidente annuncia il ritiro di parte del contingente americano in Germania. Per dispiegarlo in Polonia, e dunque in rinnovata chiave anti – russa? O per richiamarlo negli States?  C’entra l’irritazione per il  rifiuto di Angela Merkel al G7 da vicino a Camp David?

Trump chiama l’Occidente a stringere i freni con la Cina. Il Regno Unito, prima disponibile alla collaborazione con Huawei, sembra ripensarci. L’azienda sarebbe la testa di ponte di Pechino nelle nostre comunicazioni. Un intellettuale scozzese ipotizza che sarebbe come avere l’orecchio di Xi jinping nelle riunioni a Downing Street.

L’alleanza euro – occidentale emersa dal secondo dopoguerra chiede una guida americana autorevole e affidabile.

di Cosimo Risi

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