Sir Sean Connery: live and let die (di Cosimo Risi)

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Live and let die, Vivi e lascia morire, è il titolo di un Bond che non si applica al destino ultimo di Sean Connery, anch’egli mortale fra i mortali e non l’Highlander di un altro suo film.

La frase “Bond, James Bond” fu pronunciata da Sean Connery – 007 nel contesto d’un film che passò inizialmente inosservato: Dr. No nel titolo originario, Licenza d’uccidere nella versione italiana.

Sei pellicole con Bond, compreso l’apocrifo Mai dire mai, Guglielmo di Baskerville nel Nome della rosa di Annaud, un’impronta imperitura nella memoria dei cinefili, anche quando il personaggio della spia fu affidato ad altri attori fino all’epigono Daniel Craig. Tutti a misurarsi con l’archetipo, irraggiungibile come tutti i modelli che trasfigurano nel mito. Un mito che oggi sarebbe messo in discussione per come si rapportava al mondo femminile.

Il suo fascino era tale che nessuna donna resisteva,  le nemiche cercavano sì di ucciderlo ma solo dopo averlo testato. Che vantaggio ci sarebbe a spegnere il sogno se non lo consumi a fondo. Bond consumava senza lasciarsi consumare, la donna di turno usciva di scena a volte eliminata da lui stesso. Col cinismo dell’Agente di Sua Maestà con licenza d’uccidere, faceva spallucce davanti al Martini agitato e non mescolato e allo Champagne d’un preciso millesimo.

E dire che la scelta di Connery fu casuale e poco accetta a Ian Fleming, l’autore dei romanzi, che preferiva un attore più British dello Scozzese. Il produttore Broccoli vide giusto nell’ingaggiare quel figlio della classe operaia, un uomo dai molti mestieri fra cui quello, inevitabile per l’avvenenza, di accompagnatore di signore mature. In definitiva un generoso di sé e dei suoi molteplici talenti.

Edimburgo, primi anni novanta del XX secolo. Il Consiglio europeo, allora girovago fra gli stati membri, si riunisce a Edimburgo. Non c’è bisogno di coprifuoco, in inverno il chiarore si riduce a poche ore, la pioggia freddina e la nebbia la fanno da padrone. Il principale albergo della città ospita alcune delegazioni al Consiglio. E’ pavesato a festa.

Scopriamo presto che gli addobbi sono per l’inaugurazione dell’albergo restaurato. L’ospite d’onore è lui, Citizen Sean Connery, come viene glorificato nella targa ricordo apposta all’ingresso.

E lui c’è davvero. Annunciato dal Maggiordomo, entra in giacca smoking e papillon sullo sparato della camicia bianca, sotto il kilt e i calzettoni al ginocchio. Corona di capelli grigi, baffi folti sul volto segnato dalle rughe, alto, imponente.

Una statua semovente. L’emozione ti prende, l’occasione è unica, lo puoi avvicinare per una domanda, una qualsiasi, non certo perché abbia lasciato il ruolo di Bond, sarebbe desolatamente banale. No che non puoi, una barriera di signore adoranti lo cinge, il suo sorriso ironico e distaccato è per tutte, un laico sacerdote benedicente, le autorità devono aspettare  per mettersi in posa per la foto ufficiale.

L’attimo è fuggente, Connery è inghiottito dalla cerimonia, è il simbolo dell’indipendenza scozzese, e pur tuttavia ha il titolo di Sir. E’ un uomo pubblico e non solo l’attore da Oscar. Il divo cinematografico vive, dichiara il libero pensiero e passione civile per la terra d’origine.

Thanks, Sir Sean, per la gioia che hai donato a miliardi di spettatori e per il messaggio che lanci dall’alto dei tuoi novanta anni. Il corpo è caduco, il  mito dura.

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