Covid, Coldiretti: un buco da oltre un miliardo

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Un buco da oltre un miliardo per i 24mila agriturismi italiani stretti fra lo stop nelle zone rosse e arancione e le limitazioni serali nelle aree gialle ma anche il crollo del turismo che rischia di compromettere il Natale. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sugli effetti dell’ultimo DPCM in riferimento all’emergenza Covid per un settore chiave dell’agroalimentare nazionale che con 253mila posti letto e quasi 442 mila posti a tavola pone il Paese al primo posto in Europa.

LA SITUAZIONE NELLA NOSTRA REGIONE

In Campania sono presenti oltre 700 agriturismi nelle cinque province, che fatturano quasi 30 milioni di euro all’anno tra ristorazione e ospitalità. Nonostante il recupero dell’estate si stima un buco del 40% entro fine anno.

In Campania l’offerta agrituristica – prima delle prescrizioni anticovid – poteva contare su circa 24 mila coperti per la ristorazione/degustazione e circa 5 mila posti letto al coperto, a cui vanno aggiunte le quasi 700 piazzole per il camping.

In provincia di Salerno gli agriturismi dispongono di 7.500 coperti e i 1.900 posti letto.

Nel Sannio si superano i 5.000 coperti e si sfiorano i 1.000 posti letto. Poi Napoli con i quasi 3.900 coperti e 740 letti.

Nelle province di Avellino e Caserta con circa 3.700 coperti e 690 letti ciascuna.

Un duro colpo che – sottolinea la Coldiretti – arriva dopo che il primo lockdown ha azzerato le presenze in campagna nei tradizionali weekend di primavera e di Pasqua mentre durante l’estate ha pesato l’assenza praticamente totale degli stranieri che in alcune regioni rappresenta la maggioranza degli ospiti degli agriturismi.

Sulle aree del territorio nazionale caratterizzate da uno scenario di elevata gravità e in quelle di massima gravità – sottolinea la Coldiretti – il nuovo DPCM sospende tutte le attività di ristorazione e quindi, anche la somministrazione di pasti e bevande da parte degli agriturismi.

Si tratta – precisa la Coldiretti – di un colpo drammatico a più di 1 azienda agrituristica su 5 attiva livello nazionale con la cancellazione di oltre 140mila posti a tavola.  Nelle zone critiche rosse e arancioni è infatti consentita la sola consegna a domicilio – continua la Coldiretti – nonché fino alle ore 22 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle vicinanze dei locali.

Limitazioni permangono però anche sulla parte del territorio nazionale fuori dalle due fasce più critiche dove – evidenzia la Coldiretti – le attività di ristorazione sono consentite solo dalle ore 5,00 alle 18,00 con la possibilità sempre della consegna a domicilio, nonché fino alle ore 22 della ristorazione con asporto. Per la gran parte degli agriturismi, che si trovano lontano dai centri urbani, la pausa pranzo – precisa la Coldiretti – non è sufficiente per garantire la copertura dei costi e quindi si preferisce chiudere.

 Una situazione di crisi – evidenzia la Coldiretti – che rischia di essere aggravata dalle lentezze della burocrazia per l’arrivo degli aiuti alle aziende. Servono quindi ristori immediati per non far chiudere per sempre attività che rappresentano un modello di turismo sostenibile grazie ai primati nazionali sul piano ambientale ed enogastronomico.

 Gli agriturismi – conclude la Coldiretti – spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche.

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1 COMMENTO

  1. L’articolo postato, seppure riportante dati allarmanti per il settore, ha di fondo una palese incongruenza nei conti delle imprese agrituristiche campane. In particolare, le 700 imprese sviluppano un volume di affari pari a 30000000,00 di euro, questo significa che ogni operatore in media ha un volume di affari pari a 43000,00 euro circa, ciò appalesa una considerazione quanto meno sarcastica: erano fallimentari prima del covid-19 o evasori adesso. un azienda agrituristica con i costi derivanti dalla specificità (mantenere animali, trasformare i derivati, pagare fornitori e personale, ecc.), dichiarare un inezia fa capire che il ristoro non dovrebbe avvenire per tale settore, come per altri. Chiudo sottolineando che coloro che fanno impresa conoscono benissimo i rischi e non credo sia giusto speculare sui conti pubbliche, peraltro anche dei dipendenti privati e pubblici

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