La difficile transizione fra Trump e Biden (di Cosimo Risi)

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Ora che Trump sembra accettare la sconfitta, la transizione con Biden si riempie di suggestioni esterne.

Ci pensa lo scenario mediorientale a scaldare l’ambiente con l’attentato a Mohsen Fakhrizadeh, lo scienziato – generale posto a capo del programma nucleare iraniano.

Il programma Amad sarebbe quello conclusivo del processo di arricchimento dell’uranio per renderlo fruibile a fini militari e dotare la Repubblica islamica dell’arma suprema, assieme ai vettori per scagliarla lontano. Verso la terra d’Israele, minacciano i leader del paese che ne parlano come di “entità sionista usurpatrice”.

Il Premier israeliano, in una conferenza stampa del 2018, aveva illustrato gli sviluppi segreti del programma Amad e indicato in Fakhrizadeh il principale responsabile. Poiché fra il 2008 e il 2012 ben cinque scienziati iraniani erano finiti male, era prevedibile che l’attuale vittima fosse nel mirino di forze ostili.

Gli iraniani accusano Israele di aver attuato il colpo e gli Stati Uniti di avere dato il supporto politico e forse logistico. Gli Stati Uniti dell’Amministrazione in carica? Il quesito è cruciale, ed infatti nessuna fonte vicina al Presidente eletto commenta l’episodio.

Alcuni media ritengono il gesto come un segnale a Biden della permanente opposizione israeliana, e non solo, a qualsiasi apertura verso Teheran. Bloccare sul nascere il tentativo di Biden di tornare all’intesa raggiunta nel 2015 da Obama (con Biden Vice Presidente) e denunciata da Trump nel 2017 proprio sulla scorta dei rapporti israeliani e di altri servizi.

E’ pur vero che Biden parla di riaprire il confronto diplomatico con l’Iran e non di ripristinare tel quel l’intesa del 2015. Questa, a suo giudizio, andrebbe aggiornata ai progressi che l’Iran ha nel frattempo realizzato. E dunque l’apertura sarebbe condizionata alla disponibilità iraniana a rivedere certe clausole e sottoporsi, prevedibilmente, a controlli più stringenti da parte dell’AIEA.

L’Iran chiama in causa anche l’Unione europea. Le chiede di abbandonare il doppio standard – benevolenza verso Israele e malevolenza verso la Repubblica islamica – e denunciare una volta e per sempre le violazioni del diritto internazionale. Il portavoce dell’Alto Rappresentante presenta le condoglianze alla famiglia del caduto, denuncia il crimine contro i diritti umani che l’UE difende ovunque, invita le parti alla moderazione.

“In questi tempi incerti”, sostiene letteralmente il comunicato, è meglio soprassedere da qualsiasi gesto aggressivo. Detto in altri termini: aspettiamo che a gennaio si stabilisca la nuova Amministrazione USA e vedremo il daffare.

Non è una grande prova di fermezza da parte di Bruxelles che pure esibisce l’intesa del 2015 come massimo successo della propria politica estera. E d’altronde, dal 2017 a oggi, modesti sono stati i tentativi europei di contrastare l’atteggiamento americano. Il timore che le sanzioni applicate dagli americani anche alle imprese europee che commerciassero con l’Iran superava la coerenza nel difendere l’intesa.

Si rinnova lo scenario quadriennale del cambio di inquilino alla Casa Bianca. Dall’inizio della campagna elettorale fino all’insediamento del nuovo Presidente, le relazioni internazionali entrano in fase di attesa. Ciascun soggetto gioca le carte per condizionare il nuovo arrivato.

Le  riserve di Israele e delle potenze sunnite verso il programma nucleare iraniano sono note. Pochi giorni fa il Premier israeliano ha incontrato a Neom, Arabia Saudita, il Segretario di Stato USA e il Principe ereditario del Regno. Il punto delle conversazioni riguardava l’estensione  degli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita,  e cioè il riconoscimento di Israele. Sullo sfondo il comune desiderio di contenere l’espansionismo iraniano nella regione.

di Cosimo Risi

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