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Le riforme da non dimenticare (di Giuseppe Fauceglia)

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Ho letto con qualche preoccupazione sulla stampa quotidiana che la questione della riforma della giustizia non sarà affrontata dal prossimo Governo Draghi, ma demandata al Parlamento, ovvero a quella strampalata maggioranza di uomini e donne che gli italiani hanno ritenuto di votare nel 2018. Il problema, allora, diventa serio !!

Quando alla fine dell’Ottocento il governo dell’Italia unita mise mano alla riforma del sistema processuale del codice di procedura civile del 1865, diede incarico all’allora Ministro Guardasigilli Pasquale Stanislao Mancini (nato in provincia di Avellino, a Fusignano), grande giurista, di accertare le condizioni della giustizia e di predisporre le opportune riforme.

Così come, il Codice di procedura civile, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 28 ottobre 1940, fu il frutto di una intensa attività di studio dovuta all’opera dell’allora Ministro Dino Grandi, formatosi nella scuola giuridica bolognese sotto la guida di illustri giuristi, come Giacomo Venezian e Giorgio Del Vecchio. Per comprendere la profonda cultura che ispirò quella riforma è sufficiente leggere la Relazione di accompagnamento al codice.

Non ho visto, se non con poche eccezioni, nello scorso secolo e in questo, un corrispondente sforzo culturale che abbia ispirato le riforme del codice di procedura civile. Eppure, una delle riforme che ci viene oggi richiesta dall’Unione Europea per accedere al Revovery Plan resta proprio quella riguardante la giustizia civile, i cui ritardi e le cui inefficienze tengono lontani gli stessi investitori stranieri dall’Italia.

Se si legge il programma del Recovery Plan predisposto dal passato Governo Conte si scopre che sono previsti necessari ed urgenti interventi per l’introduzione e la diffusione delle modalità telematiche, l’assunzione di personale di cancelleria specializzato (ingegneri e tecnici informatici), ma nulla si legge su riforme più complessive del sistema.

Se poi si scorre la stampa quotidiana, le uniche pericolose sollecitazioni che ne provengono restano quelle connesse all’eliminazione di un grado del giudizio o di una improvvida limitazione del ricorso per cassazione. L’ horror vacui atterrisce il lettore !! Il passato Ministro della Giustizia ha, in effetti, voluto ignorare che non è solo questione di mezzi, ma soprattutto questione di uomini.

Faccio alcuni esempi che mi derivano dalla mia esperienza professionale, ma altri avvocati ne potrebbero tranquillamente citare di ben più importanti. In  un tribunale periferico della nostra Corte di Appello pende ancora dal 1998 una causa di azione di responsabilità iniziata da una curatela fallimentare e che ha coinvolto anche personaggi politici del luogo. In altro tribunale nel distretto pende dal 2010 un’azione di responsabilità nei confronti di un noto professionista, nella quale per tre anni si è atteso un provvedimento istruttorio del giudice istruttore.

Una causa di opposizione a decreto ingiuntivo per svariati milioni di euro proposto contro una società, significativamente collegata con il sistema di potere regionale e locale, attende dal 2014 di essere definita ed è ancora lontana dalla decisione. Un processo penale di bancarotta che riguarda società il cui fallimento ha finito per coinvolgere il mercato di riferimento con moltissimi danni collaterali, pende da ben undici anni, e si avvia tristemente alla prescrizione. Non è, allora, solo questioni di mezzi !!

Ciò impone di considerare che prima di introdurre riforme del processo civile, con bizzarre introduzioni di inammissibilità o improcedibilità o con la previsione di altrettanto bizzarri nuovi riti, andrebbe riformato l’Ordinamento Giudiziario, assicurando sempre l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati, in una visione più moderna ed efficiente di questi sacrosanti principi.

Provo sinteticamente ad indicare qualche prospettiva di riforma. E’ giunto il tempo di valutare che la dirigenza dei tribunali deve essere assegnata ad un manager, dotato di comprovata esperienza, al quale sia affidato il controllo sulla produttività e sull’efficienza del sistema giudiziario locale (assicurando allo stesso le stesse “garanzie” processuali previste per i giudici a fronte delle azioni civili e penali che lo riguardano).

Deve essere eliminata la inutile attuale mediazione obbligatoria e prevedere due distinte fasi del processo civile: a) una prima fase, affidata magari a magistrati onorari, che, dopo aver attentamente esaminato la questione proposta dalle parti, formulano una proposta motivata di mediazione per risolvere la controversia; b) in una seconda fase, solo qualora una delle parti non aderisse a tale proposta, si potrà adire il Giudice togato competente, il quale deciderà la questione, con l’obbligo della parte di esplicitare i motivi in ragione dei quali non ha inteso aderire alla proposta di conciliazione e mediazione della lite, con significative ricadute qualora la parte non aderente risultasse soccombente nel giudizio.

Si verrebbe, in tal modo, a  deflazionare il contenzioso civile, specie con riferimento a controversie di minore rilevanza economica; c) rafforzare la competenza del Giudice di Pace, prevedendo però un serio reclutamento degli stessi, riservato ad avvocati che hanno svolto per almeno dieci anni la professione forense e risultino iscritti alla Cassa di Previdenza, magari con l’indicazione di altri requisiti idonei a dimostrare conoscenza e competenza specifica; d) per le cause attualmente pendenti, prevedere la medesima procedura conciliativa e di mediazione di cui innanzi, affidata al giudice innanzi al quale pende la causa, e introdurre una specifica condizione per l’appello connessa alla irragionevolezza e infondatezza della proposta formulata dal giudice.

Si tratta di poche proposte che restano idonee a deflazionare il gran numero delle cause civili, ma che implicano necessariamente una cultura moderna del processo, che non vedo all’orizzonte dell’attuale panorama politico ed istituzionale.

Giuseppe Fauceglia

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