Ass. Io Salerno: Nihil sub sole novum

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Dicono, gli storici, che il declino dell’Impero Romano ebbe inizio nel 165 d.c. durante il periodo di grande prosperità del saggio governo di Marco Aurelio ‘Antoninus’.

La causa è attribuita alla cosiddetta ‘peste antonina’ portata dai soldati di ritorno da una delle tante guerre contro i Parti. Il contagio sarebbe avvenuto a seguito della conquista della Città di Seleucia, sulle rive del Tigri, forse infettata in precedenza da viaggiatori provenienti dalla Cina (!) dove, nei decenni anteriori, c’erano stati ben sei gravissimi eventi pandemici (fonte: le infezioni in medicina).

Di fatto, non è certo si trattasse di epidemia di ‘peste’. Ma, fosse stata davvero di vaiolo o di morbillo, come sembra, gli esiti furono comunque drammatici giacché, a quei tempi, non c’erano né pillole né vaccini.

L’epidemia durò almeno trent’anni e decimò la popolazione riducendola dai circa 50/60milioni a 35/40. Un terzo in meno. Sono sempre gli storici a dirlo, ricordando che la ‘peste’ restò endemica e diede vita ad una nuova infezione, nel 250 d.c., durata almeno venti anni. Un disastro.

Si azzerarono intere Città, mancarono i soldati, le terre furono abbandonate, dilagarono fame, miseria e povertà. Così, per fronteggiare il declino demografico e coprire i vuoti nelle casse dell’Impero, si decise di aprire i confini ai popoli definiti – a quel tempo – ‘barbari’ offrendo terre da destinare alle loro genti a condizione che fornissero soldati, forza lavoro e pagassero i tributi.

Come spesso accade, la disgrazia non venne da sola. Ci pensò il successore di Marco Aurelio, Commodo, noto per le sue ‘uscite di testa’, a debilitare ancor più l’Impero con la riduzione delle guarnigioni lungo il delicato confine con la Pannonia e con la concessione ai ‘barbari’ di posizioni di potere nell’amministrazione pubblica e nell’esercito.

Come sia andata a finire, si sa. I Visigoti di Alarico, che in buona parte erano entrati e combattevano a fianco dei Romani come ‘federati’, si ribellarono dopo il rifiuto ad assegnare più alti incarichi al loro comandante e saccheggiarono Roma nel 410. Dopo qualche anno, cadde l’Impero di Occidente.

Qui finisce la ricostruzione storica, necessariamente sintetica, dalla quale ci sembra emerga una evidente affinità con gli effetti della pandemia che sta affliggendo il nostro Paese. Come si dice: ‘non c’è nulla di nuovo sotto il Sole’. Con una differenza.

Ai tempi di Marco Aurelio, l’economia volava, mentre noi stiamo vivendo un periodo di difficoltà fin dal lontano 2007, anno della prima crisi finanziaria mondiale con i mutui ‘subprime’.

Per il resto, non solo il covid sta colpendo la popolazione, facendo registrare circa 100.000 vittime, ma sta assestando un colpo mortale al tessuto economico del Paese falcidiando le attività minori, quelle che assicurano lavoro e reddito soprattutto nelle aree interne e in quelle meridionali.

E, purtroppo, anche oggi sembra che la disgrazia non sia venuta da sola. Forse, altre scelte e altre azioni sarebbero state opportune per contrastarla meglio, ma, da semplici cittadini, non possiamo fare altro che obbedire alle decisioni assunte. Poi, magari tra duemila anni, qualcuno parlerà della pandemia e giudicherà se sia stata gestita da Commodo.

In ogni caso, la desertificazione delle attività sta dando origine ad una ‘invasione economica’ da parte di terzi, sebbene non barbari, che acquisiscono dappertutto le nostre imprese. Non è un problema di sovranità, è un problema di salvaguardia dei nostri interessi poiché molti degli imprenditori che arrivano pagano altrove le proprie tasse, acquistano altrove materie prime, generano altrove i flussi finanziari e trasferiscono altrove i proventi. Ci fanno vivere. Nulla di più. E ci sottomettono.

La nostra Città non è immune da tutto questo. In primo luogo, la popolazione è in preoccupante calo avendo toccato, a fine 2020, il livello di appena 130.000 residenti mentre, solo cinque anni fa, era di oltre 135.000. A seguire, chiudono le attività storiche, gli artigiani del sapere e saper fare, i commercianti al minuto e le attività familiari dei servizi, sotto insostenibili oneri, divenendo interessanti opportunità per chi ha risorse da spendere.

Altre iniziative, nell’edilizia e nel terziario, appartengono ormai in misura prevalente a imprenditori esterni alla Città. Così, qui restano gli stipendi, magari neppure di gran rilievo considerate le qualifiche dei giovani utilizzati come venditori, camerieri, addetti alle pulizie, alla vigilanza, all’assistenza e altre funzioni minori.

I fatti evidenziati giustificano la necessità di una forte risposta per evitare che la ‘Città debilitata’ diventi una terra di conquista, un territorio di caccia ove realizzare, a piacimento, i propri interessi.

Noi pensiamo si debba partire, subito, dal riesame delle ‘logiche di indirizzo’ finora seguite, semmai ce ne siano state, elaborando progetti coerenti con la nostra identità, compatibili con le nostre risorse, rispettosi di nuovi equilibri ambientali e, infine, adatti alla professionalità dei nostri giovani. Ad essi vanno aggiunte attività di supporto, concordate tra responsabili di Enti, Associazioni di categoria, professionisti, volte a favorire la riapertura delle attività minori, a riorganizzarle o riconvertirle, a facilitarne gli adempimenti amministrativi e fiscali, a inserirle in circuiti elettronici, a creare entità in coworking.

Collateralmente, una mirata attività nei confronti dei giovani dispersi scolasticamente deve consentirne il recupero grazie a sostegni anche psicologici e con la messa a disposizione, nei casi di gravi carenze familiari, di residenze convittuali.

Non possiamo permetterci torpori o indifferenze e dobbiamo capire che gli errori si pagheranno, prima o poi, secondo gli insegnamenti della nostra stessa storia. Diversamente, duemila anni sarebbero davvero passati invano.

In questa Città, nella quale circa il 75% dei residenti è protetto da uno stipendio o da una pensione, sembra non sia ancora chiaro a tutti che gli effetti di questa crisi gravissima saranno devastanti per il futuro dei nostri figli se dovessero essere costretti ad accettare inadeguate posizioni subordinate a causa di scelte non idonee a trasformali in operatori professionali e in orgogliosi testimoni del nostro impegno e del nostro amore.

Questa Città ha bisogno di amore.

e.mail: associazione.iosalerno@gmail.com

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2 COMMENTI

  1. Io avrei evitato il riferimento al 75% di stipendiati e pensionati, che oltre ad aver sostenuto il circuito del commercio fatto di imprese microscopiche sottocapitalizzate e a scarso capitale umano che si sono alimentate per decenni del falso mantra dello sviluppo turistico, continua a contribuire anche ora al sostentamento di figli, fratelli e nipoti in difficoltà. La gravità della situazione non sfugge a nessuno. Il settore manifatturiero in Italia ha retto, da noi non esiste più da decenni a causa di un processo inarrestabile che ha desirtificato quel po’ di industria che avevamo sostituendola con l’economia del carboidrato a basso costo e dello pseudo turimo a conduzione familiare. Non si potrà riprendere tutto dal pre pandemia, non illudiamoci. Servirà molto di più che qualche buon proposito per uscire da questo guaio. Politiche industriali riviste da capo a piedi, e il discorso riguarda sia i nostri territori che il Paese tutto.

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