Il naufragio e le responsabilità (di Cosimo Risi)

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Il naufragio al largo delle acque libiche, con il suo carico di vittime, porta alla ribalta il tema delle migrazioni verso l’Europa.

Sono in larga misura   tentativi di ingresso clandestino, interessano principalmente cittadini di paesi non in conflitto e dunque non suscettibili di essere riconosciuti come rifugiati. Il rimpatrio dei non aventi diritto è pratica di così lenta attuazione che, nelle more,  l’aspirante respinto ha la possibilità di dileguarsi.

La Libia è lungi dall’essere stabilizzata. Il Governo provvisorio Dbeibeh ha il primario compito di portare il paese alle elezioni il 24 dicembre 2021. Ha il compito non secondario di restituire ai mittenti le milizie straniere di stanza nelle due macroregioni, con i turchi in Tripolitania ed i russi (con gli emiratini) in Cirenaica. Ed infine di riprendere il controllo del Fezzan e dell’immenso e incontrollabile confine verso l’Africa nera e l’Algeria.

Un mandato difficile per un governo di legislatura, immane per uno a scadenza. Il cahier de doléance che il Primo Ministro ed i suoi colleghi consegnano alle autorità europee, ai dignitari italiani in primo luogo, suona uguale ai precedenti: ripristinare l’accordo Berlusconi – Qaddafi con la costruzione dell’autostrada mediterranea ed altre concessioni, fornitura di imbarcazioni e mezzi elettronici per la protezione delle frontiere, addestramento degli equipaggi, riallacciare il rapporto con l’Unione europea.

E’ dalla caduta del Colonnello che non si trova un filo comune nella strategia europea se non quella, generica, della fine delle ostilità e della stabilizzazione. La lotta al Colonnello non fu accompagnata da un progetto di state building, si ignorò che la fine della dittatura non avrebbe portato alla democrazia ma al caos delle milizie contrapposte e della frantumazione.

La priorità è la Libia: un obiettivo che solo lo sforzo congiunto degli attori internazionali e la volontà delle fazioni interne è in grado se non di perseguire quanto meno di immaginare in tempi prevedibili. Dobbiamo rassegnarci a vivere un periodo di perdurante instabilità: di scarso se non mancato controllo delle frontiere. Il deficit  si avvertirà a misura dell’incalzare della bella stagione e del mare calmo.

Gli osservatori indipendenti annotano che circa 400.000 persone sono “ospitate” in Libia, in attesa di varcare il tratto di mare verso l’Europa. Di queste una parte riesce a trovare il passaggio affrontando i rischi della traversata. I trafficanti adoperano imbarcazioni di fortuna, contano sull’intervento a soccorso delle navi europee, non importa se ONG o statali (della Guardia Costiera italiana o maltese, non libica perché quella riporterebbe indietro i naufraghi).

I naufragi non sono incidenti in senso stretto, sono viaggi a rischio che possono finire bene grazie al soccorso tempestivo o all’arrivo a destinazione, o finire male nel caso che i soccorsi non giungano in tempo. E’ quanto appena accaduto, un esito purtroppo prevedibile e destinato a ripetersi.

I ritardi hanno vari motivi. Le imbarcazioni di soccorso incrociano troppo lontano per intervenire a tempo. I potenziali soccorritori si rimpallano la responsabilità. Il silenzio  può apparire colpevole, trova la ragione d’essere nell’obbligo in capo al paese di prima accoglienza di farsi carico dei nuovi arrivati. Il loro approdo grava su strutture di ricezione già sovraccariche. Il fardello è pesante in Italia, è insopportabile a Malta per le modeste dimensioni dell’isola.

Scarseggia la solidarietà europea, alcuni stati membri rifiutano categoricamente di occuparsi dei “migranti degli altri”. La risposta dell’Unione europea si affida al complesso della legislazione in fieri. A Bruxelles la tavola è imbandita con numerose proposte di regolamento del Consiglio e del Parlamento che, se approvate, diverrebbero immediatamente cogenti negli ordinamenti interni.

Si tratta di regolare: 1) la situazione di crisi e forza maggiore nel settore della migrazione e dell’asilo; 2) l’istituzione di EURODAC per il confronto delle impronte digitali; 3) la procedura comune di protezione internazionale nell’Unione; 4) la gestione dell’asilo e delle migrazioni; 5) lo screening dei cittadini dei paesi terzi alle frontiere esterne.

di Cosimo Risi

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