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La crisi climatica e FIT for 55 (di Cosimo Risi)

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Abituiamoci all’ennesimo slogan inglese in arrivo da Bruxelles. Fit for 55 è il pacchetto legislativo proposto dalla Commissione per ridurre del 55%, entro il 2030, le emissioni di CO2 rispetto al 1990  e arrivare al 2050 ecologicamente neutro.

L’idea iniziale era di ridurre di circa il 40%, poi i Servizi hanno alzato la posta a 55% scontando che, in seno al Consiglio, si giungerà ad una percentuale più bassa, probabilmente non distante dalla cifra originaria.

Il pacchetto contempla misure interne e esterne all’Unione. Fra le principali figurano:  il sistema di scambio di quote, detto EU Emissions Trading System (ETS); il meccanismo per limitare le importazioni di prodotti a base carbone, detto Carbon Border Adjustement Mechanism (CBAM). In questo modo chi opera con energie “sporche” subisce un aggravio di costi tale da pareggiare quelli a carico di chi opera con energie “pulite”.

Misure così drastiche sono da adottare in breve lasso di tempo: fra l’approvazione del pacchetto (fine 2022 e inizio 2023) e l’obiettivo corrono appena 7 anni. Lo scenario  mette in tensione il sistema produttivo e discrimina fra chi già ha parzialmente decarbonizzato e chi invece è in ritardo. Il discrimine passa per la Polonia e altri stati membri orientali. Si rischia una nuova frattura Est – Ovest, giocata non sulle migrazioni ma sulla transizione ecologica.

Il pacchetto prevede compensazioni, segnatamente un Fondo Sociale per la riconversione dotato di risorse apparentemente congrue, ma da molti ritenute al di sotto delle esigenze. Si teme un salasso in termini di occupazione in certi settori e dunque un andamento in controtendenza rispetto a Next Generation EU.

Avvisaglie di ristrutturazione sociale sono presenti ovunque. In Italia il bollettino delle crisi industriali vede imprese programmare i licenziamenti appena il blocco scadrà, senza che per i lavoratori dismessi si intraveda un futuro che non sia quello, a termine, dell’assistenza.

La pandemia ha ulteriormente polarizzato la ricchezza, le imprese finanziarie  macinano profitti dell’ordine del 30%, le classi sociali “basse” scendono sempre più.

Fit for 55 è subito oggetto di valutazione critica. Alle obiezioni tecniche sulla compatibilità economica si aggiungono quelle politiche. In Francia si vota in primavera, Macron ricorda bene che la protesta dei Gilets Jaunes scoppiò per il rincaro del combustibile per autotrasporto. Una nuova “Jacquerie” non è da escludere, sarebbe cavalcata facilmente dalla destra sovranista, adusa a criticare tutto quanto arriva dall’Unione.

La premura di Ursula von der Leyen sarebbe legata alle elezioni tedesche di settembre. I sondaggi premiano i Verdi, la CDU cui la Presidente appartiene avrebbe l’interesse a cavalcare l’onda ecologista per togliere spazio ai rivali. E d’altronde non è la prima volta che la Germania si profila nella pattuglia di testa degli ecologisti.

Accadde decenni fa con le prime  direttive sulla riduzione delle emissioni degli autoveicoli. Il vantaggio tecnologico dei produttori tedeschi era già allora evidente rispetto a francesi e italiani.

Il settore automobilistico è di nuovo oggetto di attenzione, i motori termici  rischiano il pensionamento a favore degli elettrici. Il 2035 per la totale riconversione appare troppo vicino perché tutte le Case possano adempiere. Ne risentirebbero sia quelle di massa che di élite: si pensi alla Motor Valley modenese di Ferrari, Maserati, Lamborghini.

D’altro canto il Continente è vittima di flagelli distruttivi. Siamo oltre il cambiamento climatico, ci troviamo in piena crisi che non potrà che peggiorare con effetti nefasti per il pianeta.

Le proposte della Commissione implicano un diverso approccio geopolitico. Ridurre la dipendenza d’Europa dagli idrocarburi significa toccare gli interessi dei paesi esportatori.

Come reagirà la Russia alla prospettiva di ridurre gli introiti? E i paesi del Mediterraneo meridionale e del Golfo?      Cina e India, i massimi inquinatori al mondo, saranno della partita  o si trincereranno dietro alla solita scusante che inquinare serve allo sviluppo dei paesi meno sviluppati?

Il gioco si fa duro e, secondo il celebre detto, è il momento per i duri di giocare.

di Cosimo Risi

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