Pandemia ed incuria educativa (di Giuseppe Fauceglia)

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E’ indubbio che in questo periodo per l’avanzare di nuove varianti del Covid-19, sono saliti i contagi anche se, per fortuna, l’effetto sulle strutture ospedaliere resta alquanto limitato. Si è imposta all’attenzione della pubblica opinione la problematica dell’obbligo vaccinale, considerato che nei soggetti vaccinati con ciclo completo le probabilità di infettarsi e di sviluppare la malattia grave si riducono fortemente.

Sul tema si sono contrapposte due diverse “ideologie”: la prima, volta a tutelare sempre e comunque la libertà dell’individuo in relazione alla sfera della salute personale (da me definita “la tesi del Marchese del Grillo”, e forse proprio per le origini romanesche fatta propria dal leader romano del partito di opposizione); la seconda, che ritiene  essere l’obbligo o il dovere vaccinale manifestazione di una responsabilità collettiva (confusamente rappresentata da un altrettanto confuso leader di un partito di governo che non ha mai vinto le elezioni).

In astratto, l’una e l’altra argomentazione conservano un qualche fondamento, ma restano, nel complesso, insufficienti ad offrire una spiegazione al perché resti urgente prevedere l’obbligo vaccinale, fatta naturalmente eccezione per i soggetti che presentino patologie impeditive.

E’, però, innegabile che anche nei regimi intensamente biopolitici, la sanità sia diventata questione direttamente politica, ciò provocando l’incrocio inquietante tra politicizzazione della medicina e medicalizzazione della politica. Resta, pertanto, evidente che deve attuarsi una forma di resistenza verso la realizzazione di un regime biopolitico, che è l’esatto contrario di un sistema democratico rappresentativo.

Ciò detto, mi pare opportuno affrontare un altro problema, quello relativo ai tanti insegnanti che non hanno ancora ritenuto di vaccinarsi, e l’argomento è stato sollecitato dall’ “ordine” del Presidente Biden di dar luogo alla vaccinazione di tutti gli insegnanti delle scuole statunitensi.

Vorrei partire da un dato comunemente condiviso: la classe dirigente di questo Paese ancora non ha percepito il crescente impoverimento in corso del capitale umano. Gli articoli apparsi sul “Corriere della Sera” di Gianna Fregonara e Orsola Riva sui risultati dei test Invalsi (che qualcuno, irresponsabilmente, vorrebbe eliminare), e di Angelo Panebianco, in uno a quello di Chiara Saraceno pubblicato su “La Stampa”, hanno complessivamente delineato un quadro gravissimo in cui generazioni di studenti sono state mandate al macero, preparando un futuro di analfabeti funzionali, che conseguiranno comunque un titolo di studio.

Io stesso, in circa quaranta anni di insegnamento universitario, ho potuto constatare  la parabola discendente del “materiale umano” (chiedo perdono per l’espressione utilizzata), ciò riflettendosi, purtroppo, anche sulla attuale qualità delle professioni legali.

Il Covid si è abbattuto su una scuola che in tante parti d’Italia (soprattutto nel Mezzogiorno) si trovava già in pessime condizioni e le ha inferto un colpo devastante, poi la Didattica a distanza ha fatto il resto, sì da far intravedere un vero e proprio disastro antropologico.

Ormai, vi è assoluta condivisione che la DAD ha prodotto un generale arretramento della qualità nella preparazione degli alunni. A fronte di un impegno quasi eroico di tanti insegnanti, vi è stato anche chi ha profittato della situazione emergenziale per affrontare con una certa disinvoltura la missione formativa (il tema del lavoro a distanza andrebbe affrontato con maggiore serietà di quanto non faccia il pan-sindacalismo stipendiale).

Allora, per il personale della scuola e dell’università andrebbe non solo proposto il problema più generale della tutela della salute pubblica per evitare il pericolo di contagio degli alunni (in coerenza con i principi di cui all’art. 32 della Costituzione, anche con riferimento alla necessaria riserva di legge che deve assistere il trattamento sanitario c.d. obbligatorio), ma soprattutto dell’altro principio Costituzionale, quello dell’art. 34, che configura un vero e proprio diritto all’educazione e allo studio. Non si tratta solo di dare una risposta all’emergenza pandemica, ma di superare la rilevante emergenza educativa, evitando che anche per il prossimo anno scolastico possa aprirsi la incerta ed indefinita scelta della didattica a distanza.

Vorrei ricordare a qualche buontempone (di non approfondite letture) quello che scrive Renata Salecl, in “La tirannia della scelta”, ed. Laterza: “La libertà di scelta è un bel concetto in astratto, ma quando le cose si mettono male, le persone sperano che sia qualcun altro a scegliere per loro”.

Profitto dell’occasione per augurare a voi tutti buone vacanze, con l’invito a leggere al mare o in montagna un buon libro (fa bene alla salute psichica, oltre che allo spirito). Arrivederci a settembre.

Giuseppe Fauceglia   

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2 COMMENTI

  1. Caro Prof. Fauceglia, come al solito fa analisi precise, scritte bene, ma basate su presupposti errati. Obbligo di vaccinarsi, ma perche? E bastato prevedere l’obbligo, per accedere a certi servizi, di munirsi del famoso GREEN PASS, che le prenotazioni per i vaccini sono schizzate fino a 4 volte di più rispetto alle settimane precedenti. Questo dimostra che quando si usa la logica, evitando contrapposizioni ideologiche, e prevedendo , al massimo, l’obbligo solo per il personale sanitario, le cose funzionano. Ma si immagina lei , un decreto legge, che prevede l’obbligo della vaccinazione, poi quanti carabinieri e poliziotti dobbiamo reclutare per prenderle la gente con forza da casa e portare la gente ai centri vaccinali? Quanto all’impoverimento del capitale umano, lasciamo perdere… 40 anni fa sostenevo esami all’Universita’ con assistenti, che, forse, ne sapevano meno di me. Non nego che ci fossero professori di un certo livello, ma impegnati, con tutte le cariche che avevano, in altri lidi non c’erano quasi mai, sostituiti da una pletora di assistenti, che fatta eccezione per qualcuno veramente bravo, il resto… Il confronto lo faccio con mio figlio che si è iscritto in una Universita’ del Nord, e dove gli esami, ANCHE A DISTANZA, se non ti prepari bene, non li passi. AI NOSTRI TEMPI SI PARLAVA DEL 18 POLITICO… PER CARITA’ Gia nel 68 si parlava di una scuola, che non preparava la futura classe dirigente, di una riforma, che avvantaggiava i ricchi e chi si poteva permettere scuole di un certo livello. Non è cambiato nulla. Prof. Fauceglia nessuno nega che in presenza si possano creare, tra studenti, interazioni, contatti e rapporti importanti, ma la DAD è una realtà , e lo sarà tale anche dopo il COVID. Voglio consigliare ad Ella qualche approfondita lettura storica, sulla scuola italiana alla fine degli anni 60, e sul dibattito politico che ne è scaturito, si dicevano le stesse cose che si dicono oggi buone vacanze a tutti

  2. Credo che la categoria dei professori é l’unica che riesce a fare una lotta di classe: si auto-assolvono, tolleranti coi loro colleghi, intransigenti con tutti gli altri

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