Breve glossario della crisi afghana (di Cosimo Risi)

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A come Afghanistan. Paese dell’Asia centrale dai vicini impervi quanto le sue montagne. Alcune Repubbliche ex-sovietiche, dove i profughi cercano riparo.

Iran, la cui dirigenza sciita strizza l’occhio alla nuova guida sunnita di Kabul nel nome del “via lo straniero invasore”.

Pakistan, il protettore dei Talebani e già santuario di Al-Qaeda. L’Afghanistan è detto il cimitero degli imperi.

Nell’Ottocento fu sconfitto l’Impero britannico. Nel Novecento l’Impero sovietico denunciò l’inevitabile declino: la prima mossa di Mikhail Gorbacev fu di ritirare l’Armata Rossa, nella vana speranza di salvare l’URSS dal tracollo. Nel Duemila gli USA e la NATO: gli effetti sono all’ordine del giorno.

B come Biden. Ha esordito alla grande, il Presidente democratico e già Vice di Barack Obama. In parte per il cambio di stile rispetto a Donald Trump, in parte per le dichiarazioni a favore di un’alleanza liberal-democratica fra i paesi affini di Europa, Asia, Oceania.

La missione in Europa è stata un successo d’immagine: l’origine irlandese orgogliosamente rivendicata, l’esperienza internazionale maturata al Senato e alla Casa Bianca, lasciavano sperare in un approccio appunto maturo alle relazioni internazionali.

Non gli strappi di Trump al protocollo e alle buone maniere, ma  modi felpati al servizio di decisioni condivise. Il precipitoso ritiro del contingente americano fa crollare le sue quotazioni, la NATO non può che seguire le mosse del Capo, l’evacuazione avviene nel disordine e sotto minaccia.

E come esercito afghano. Il grande mistero della crisi. Avrebbe dovuto contare su 300.000 effettivi ben armati e addestrati. In realtà erano solo ben foraggiati dalla coalizione. La loro motivazione, in origine già modesta, si è spenta  appena i contractor americani, che facevano funzionare le macchine più sofisticate, hanno lasciato il paese.

Lo scoramento è stato totale all’annuncio di ritirare il contingente. Una disfatta senza combattere. Un errore di valutazione da parte degli analisti occidentali. Qualcuno avrebbe avvertito i decisori politici circa la fragilità dell’esercito. Evidentemente il messaggio non ha fatto breccia.

K come Karzai. Hamid Karzai era  celebre in Occidente per il tratto affettato e l’abbigliamento esoticamente elegante. Il successore Ashraf Ghani lo ha fatto rimpiangere al punto che Karzai è tornato in auge come interlocutore dei Talebani per un governo inclusivo.  Inclusivo di forze non integraliste? Con donne nei Dicasteri, purché con l’hijab?

M come missioni di pace. Finiamola con “la litania delle missioni di pace”. E’ l’auspicio dei dirigenti IAI a fronte della retorica “mettete i fiori nei vostri cannoni” (I Giganti, Proposta, Sanremo 1966): i militari che addestrano i locali, salvano bambini e donne incinte, distribuiscono viveri e medicinali.

E invece: “à la guerre comme à la guerre”. Quando i militari operano in aree di conflitto, vanno autorizzati a comportamenti conseguenti, ne va della loro sicurezza e del successo della missione.

T come Talebani. Studenti delle madrasse, le scuole islamiche,  ribelli contro l’Impero sovietico e perciò assistiti dagli americani per dare il colpo di grazia all’URSS, sostenuti dal Pakistan, anfitrioni di spezzoni del terrorismo internazionale all’epoca di Al-Qaeda, combattuti dalla coalizione occidentale dopo il 21 settembre 2001, dispersi in vari rivoli sotto gli attacchi, tornano prepotentemente alla ribalta nell’agosto 2021.

Forti erano allora, forti sono venti anni dopo. Un maquillage politico-militare di straordinaria efficacia. Alcuni li accreditano di moderazione. Altri li trovano sempre uguali a se stessi, solo più abili nel comunicare con parole rassicuranti.

U come Unione europea. Puntuale ad ogni crisi arriva la rampogna sull’insufficienza strategica dell’Unione. Il giudizio è sommario e in parte immeritato. Alcuni stati membri UE, in quanto NATO, hanno pagato e pagano il tributo in termini di uomini e mezzi.

L’Italia – lo ricorda il Presidente del Consiglio – ha lasciato sul campo  decine di caduti. Ora l’Unione prova a mettere insieme un piano per i profughi. Teme il ripetersi della crisi del 2015, quando i siriani si riversarono alle sue porte.

La Presidenza slovena del Consiglio sostiene che non si apriranno corridoi umanitari. E’ smentita dai rappresentati istituzionali. Si prevede battaglia sull’accoglienza in seno al Consiglio europeo. Il solo passo strategico è di Angela Merkel. A Mosca per la visita di commiato dalla Cancelleria,  rimodula i rapporti UE – Russia all’insegna del pragmatismo.

Mosca tiene aperta l’Ambasciata a Kabul, interloquisce con il nuovo Governo pur senza riconoscerlo, può giocare di sponda con gli europei. La crisi afghana riguarda l’intera Europa, non solo la parte stretta nei Trattati di Roma. Con i colleghi europei del G7 ottiene che le delegazioni cinese e russa siano presenti al G20 sotto presidenza italiana. Con loro la convergenza è necessaria per uscire dal pantano afghano.

di Cosimo Risi

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