Uno sguardo disincantato all’Europa (di Cosimo Risi)

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L’Europa occidentale uscita dalla Seconda Guerra Mondiale si opponeva all’Europa orientale. La stessa matrice post-bellica, sistemi politici e culturali divergenti.

Ciascuna parte considerava se stessa come il Bene e l’altra come il Male. Poi il nostro Bene prevalse senza combattere. Quella di velluto dei primi Novanta del XX secolo fu la prima rivoluzione incruenta nella storia d’Europa.

La linea di divisione rimase. Alcuni paesi già nell’orbita sovietica divennero membri dell’Unione europea, altri (Ucraina, Moldova, Georgia) rimasero in una zona grigia. Non più sottoposti all’egida di Mosca, da cui anzi tentano di prendere le distanze, ma neppure ammessi nel sistema di Bruxelles.

Il binomio classico nella storia dell’integrazione contempla l’allargamento e l’approfondimento. L’allargamento è l’estensione territoriale dell’Unione fino a punti mai raggiunti, financo a sud: Cipro e Malta  portano il confine comune alle soglie del Nord Africa e del Medio Oriente.

Si apre il fronte turco, la Turchia è il primo candidato all’adesione e l’ultimo a poterne beneficiare. A Bruxelles si parla di rompere i negoziati di adesione, procedono stancamente da anni, se anche sortissero un Trattato, questo sarebbe bocciato in sede di ratifiche nazionali.

L’approfondimento è formalizzato nella formula “ever closer Union”, un’Unione sempre più stretta. Lo slogan è agitato a contrario  dai Brexiters per riconquistare il potere: “let’s take back control”, riprendiamoci il controllo. Essi  ignorano che Londra cedette  il controllo consensualmente al primo federatore pacifico nella storia d’Europa: l’allora Comunità.

Il Regno Unito non costituisce precedente. Altri stati membri (Polonia, Ungheria) manifestano difficoltà con l’acquis in materia politica, preferiscono adoprare la strumentazione interna del diritto europeo ad evitare l’opzione del recesso. La convenienza a restare fa premio sul controllo da riconquistare.

L’allargamento ha la sua nemesi nel recesso britannico e la sua condanna alla lentezza. La Commissione Juncker (2014-19) dichiarò the enlargement fatigue, letteralmente la fatica degli stati membri attuali ad accogliere i nuovi.

Imperversava la crisi finanziaria, le ansie dell’Unione erano volte ad evitare il fallimento dei più indebitati per salvare l’unicità dell’euro se non la sua stessa sopravvivenza. La prospettiva del ritorno alle valute nazionali fu agitata a scopo polemico da alcuni,  trovò il baluardo della BCE. Il whatever it takes segnò il punto di non ritorno.

L’euro è il fattore di maggiore integrazione.  Collega alcuni stati membri e non tutti, ne sono fuori quelli che potrebbero ma non vogliono e quelli che vorrebbero ma non possono ancora. E’ il nucleo duro attorno cui costruire quella Unione sempre più stretta a motivo della rinuncia britannica.

L’altro collante è il complesso dell’azione esterna. Sotto questo titolo, il Trattato di Lisbona racchiude tutta la proiezione esterna dell’Unione: dalla politica estera e di sicurezza alla difesa, fino alle politiche tradizionali del commercio e della cooperazione. I primi punti sono così sensibili da fare scattare il riflesso condizionato di sventolare la bandiera nazionale.

L’Alleanza con gli Stati Uniti e il Canada metteva al riparo l’Europa dalle preoccupazioni di sicurezza. Pagavamo un prezzo in termini di libertà di manovra, in compenso beneficiavamo della difesa a costo ridotto. Il modello europeo di welfare si deve agli investimenti nel settore, a detrimento della sicurezza.

Le Amministrazioni americane del Duemila rimodulano le priorità strategiche,  l’Europa scende di rango. Fronteggiare la Cina significa riorientare il dispositivo militare e l’apparato diplomatico. All’Unione spetta occuparsi in maniera più attiva  che in passato dell’Est e del Mediterraneo.

I migranti sono la plastica rappresentazione della debolezza europea. Li affrontiamo in un misto di slanci umanitari e restrizioni senza riserve.     Crisi internazionali e crisi interne si cumulano in un vortice di insicurezza, fino a mettere in discussione i rudimenti della civile convivenza.

Se la strategia europea fosse di saggia prevenzione e non di scomposta reazione, lo spartito siriano suonerebbe diversamente. Ed invece, nella contesa libica, attendiamo che intervengano i soggetti terzi (Russia e Turchia) per una risposta non meramente declaratoria. Nella prassi di Bruxelles una dichiarazione non si nega a nessuno.

Agire prima e dichiarare poi. O non dichiarare affatto. Il tema della sicurezza e della difesa comuni torna alla ribalta. Alcuni la chiamano autonomia strategica. Un fantasma da definire per uscire dall’ombra.

di Cosimo Risi

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