La ripresa europea e il caso polacco (di Cosimo Risi)

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Il dibattito si anima al Consiglio europeo di ottobre e contrasta la mestizie per l’arrivederci di Angela Merkel, la protagonista assoluta dei vertici da circa un ventennio. La bière blanche, sorbita all’Hotel Amigo di Bruxelles con Emmanuel Macron, suggella il percorso con  l’omaggio di una signora tedesca all’arte brassicola  belga. Riaffiorano i temi di sempre: il procedere controcorrente di alcuni stati membri; le riserve, più o meno degli stessi, circa la riforma della politica migratoria.

La Polonia  è in rotta di collisione con l’ordinamento giuridico europeo.         I motivi di frizione sono così numerosi che la Commissione ha avviato un’indagine sulla devianza polacca fino a ventilare sanzioni, come da pertinenti articoli del Trattato.  Alla vigilanza della Commissione fanno eco gli attacchi da parte delle forze europeiste al Parlamento europeo, chiedono misure urgenti e significative se Varsavia  persiste in certi comportamenti.

Tutto prende origine dal contrasto fra la Repubblica polacca e l’Unione europea: questa non ritiene conforme ai principi del diritto europeo le modifiche apportate da quel Paese al sistema giudiziario. La questione ha avuto un primo tempo davanti alla Corte di Giustizia UE, che ha ordinato la sospensione della riforma.

La decisione è contestata dal Governo polacco per presunta incompetenza e delibata alla Corte costituzionale interna. Il giudice costituzionale di Varsavia riconosce la prevalenza, in linea di principio, del diritto europeo sul diritto interno, l’esclude nel caso specifico dell’organizzazione del sistema giudiziario polacco.

Il punto  è politicamente sensibile e perciò oggetto di critiche diffuse. La Presidente della Commissione ha avuto l’ardire, secondo il Primo Ministro di Polonia, di minacciare il blocco dei trasferimenti finanziari ai sensi della Recovery and Resilience Facility, lo strumento finanziario di Next Generation EU (NGEU). Mateusz Morawieck replica con l’incongruo richiamo all’antinazismo: “noi abbiamo combattuto il Terzo Reich”.

L’allusione alla nazionalità tedesca di Ursula von der Leyen è palese. L’attuale variante del nazionalismo sovranista rievoca vecchi stilemi per nascondere la modernità del rifiuto a sottoporsi alle regole del gioco.

Vi è un buco nella memoria di Morawieck e dei suoi sodali. Durante i negoziati di adesione, la Polonia ricevette un trattamento di particolare favore. Tale era la benevolenza degli allora stati membri che le furono accordati sconti di tutti i tipi. Una volta dentro l’Unione, si è valsa di congrue risorse europee con le politiche strutturali. La crescita polacca degli ultimi anni è “made in EU”.

Quando il gioco (verbale) si fa duro, i non duri smettono di giocare. E così Morawiek esclude l’ipotesi di una Polexit. Varsavia non segue Londra lungo la via del recesso: il suo destino è in Europa. Allora meglio mettere mano a qualche aggiustamento interno, compresa la valutazione della sentenza della Corte, e restare aggrappati alla greppia europea. Fuori fa troppo freddo per uscire senza cappotto.

Il nodo delle migrazioni è sempre stretto. Un cappio metaforico attorno al collo degli stati di prima accoglienza, quelli che come l’Italia spingono per una riforma del sistema specie sulle riallocazioni.

Sul fronte economico il momento europeo segna il parzialmente bello, a Bruxelles il sole è una parentesi fra le nubi di pioggia. Il Vice Presidente Dombrovskis riconosce che il Patto di stabilità funziona, anche nella versione edulcorata della pandemia, e cioè con la sospensione di alcune regole in materia di debito e aiuti di stato. Si tratterà a breve di discutere della riforma del Patto. In quale direzione?

Un ritorno al passato o la presa d’atto che le aperture della pandemia possano essere codificate?   La crescita è generalizzata, inquieta l’alto tasso di debito e deficit. Occorre rientrare dal debito in maniera graduale e progressiva, alla lunga non reggeremmo con i conti così sbilanciati.

Dombrovskis non si sbilancia sulla riforma del Patto, allude alla possibilità che la Commissione ne proponga un’interpretazione evolutiva. Questo in primavera. Meglio per ora non interferire nel dibattito in Germania sul nuovo Governo federale.

Le dimissioni di Jens Weidmann da Presidente della Bundesbank offrono a Olof Scholz, qualora diventi Cancelliere, lo spiraglio per nominare un successore in sintonia con una politica espansiva della spesa. Il fiato è sospeso in Europa in attesa che la coalizione “semaforo” in elaborazione a Berlino si accenda sul verde del via libera.

di Cosimo Risi

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