Angel Merkel: le long adieu à la France (di Cosimo Risi)

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Il lungo addio (il titolo è mutuato da Raymond Chandler) di Angela Merkel alla scena internazionale trova il momento di calore a Beaune, Borgogna.

E non perché il 3 novembre vi faccia caldo, tutti indossano il soprabito, ma perché Beaune è il capoluogo della Cote d’Or, la Costa d’Oro, il centro del centro dell’enologia francese e mondiale.

Nell’areale si alleva il re dei vitigni, il Pinot noir, che anima il re dei vini, quello del Domaine de La Romanée-Conti. Un nome che gli enofili sussurrano con riverenza. Come favoleggiare, fra gli appassionati di automobili, della Ferrari Enzo, si sa che esiste, Quattroruote ne ha pubblicato  la prova su strada, ma nessun umano l’ha mai vista circolare. Romanée-Conti è la Ferrari dei vini.

Il sito è scelta maliziosa di Emmanuel Macron. Nel ricevere la illustre ospite e amica, assieme al di lei consorte,   il Presidente dichiara che la Borgogna rappresenta il vanto della Repubblica e della sua cultura materiale quale inglobata nel vino d’autore. Sottintende che anche altrove si produce vino, ma vuoi mettere il Pinot noir e lo Chardonnay con i vitigni oltre frontiera. Nessun produttore al mondo eguaglia la Francia, certo non la Germania e neppure l’Italia, che pure la tallona per quantità e non per valore. Noi esportiamo Prosecco e loro Champagne.

Dopo la dichiarazione di superiorità enoica, Macron fa mostra di umiltà politica. Ammette di aver appreso da Angela l’arte dell’attesa, lui giovane Presidente ansioso di “bousculer”: di spingere al massimo il convoglio europeo, che invece ha nella lentezza la ragione di sopravvivenza. Coglie così il tratto saliente della Cancelliera: il “festina lente” di Svetonio, l’affrettarsi lentamente.

Macron è il quarto Presidente a collaborare con Merkel. Prima di lui l’hanno ricevuta all’Eliseo Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy, Francois Hollande. A proposito di Sarkozy: nell’autobiografia, Barack Obama rileva la differenza caratteriale fra i due. Sarkozy si agita in cerca dell’occhio della telecamera per dichiarare “n’importe quoi”. Merkel resta un passo indietro e dichiara solo se ha qualcosa da dire: la linea dell’Asse franco-tedesco.

Sotto traccia è la stessa convinzione di Macron, anch’egli desideroso della ripresa televisiva ma consapevole che del convoglio europeo la Germania è la locomotiva. Il suo merito è di avere convertito la Cancelliera dal dogma dell’austerità finanziaria al debito buono di Mario Draghi.

Ha fatto leva sull’interesse della Germania a conservare l’Italia, economicamente stremata dalla pandemia, quale partner solido del sistema tedesco. L’avvento al Governo della coppia Draghi – Franco ne è stata la conseguenza. Non a caso il solito Obama, in piena crisi finanziaria 2008, ingiunse al Segretario al Tesoro “chiama Mario” per districare la matassa del fallimento delle banche.

Fa piacere assistere alle manifestazioni di calore umano oltre che di consonanza politica fra Francia e Germania. E che Merkel sia insignita, a Beaune, della Legione d’Onore. L’amicizia fra gli eterni nemici serve a superare i cascami del Secolo Breve. I due tendono ad intestarsi i progressi europei. Le istituzioni di Bruxelles, gli altri stati membri, persino i quattro fondatori, restano dietro le quinte, il palcoscenico è loro, dalla Dichiarazione Schuman alla cerimonia borgognona.

Angela Merkel sta dando prova di correttezza istituzionale. Al G20 di Roma era affiancata dal Vice Cancelliere Olaf Scholz. In dicembre gli consegnerà la guida del Governo federale. A lui, socialdemocratico, che sta costruendo la coalizione “semaforo” con l’esclusione della CDU, il partito di Merkel. Il passaggio di consegne indica una linea di continuità.

C’è spazio per i partner europei in un Asse che si vorrebbe resistere al cambio a Berlino? C’è spazio per un’iniziativa autonoma delle istituzioni e degli altri stati membri? Alle domande sono chiamati a rispondere anzitutto i Governi di Roma e Madrid e la Commissione  von der Leyen.

Che nessuno si lasci condizionare dal Fattore MOR, la crasi di Morawiecki e Orbàn. Si abbia il coraggio di nuotare nel mare globale senza attardarsi dietro ai riottosi e senza  aggrapparsi al salvagente americano. I riferimenti non sono Polonia e Ungheria, ma Cina e Russia.

Di Cosimo Risi

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