La guerra ibrida dei migranti (di Cosimo Risi)

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A definirla guerra ibrida è stata Ursula von der Leyen. E’ il conflitto a bassa intensità, altra parola del lessico diplomatico, che la Bielorussia ha scatenato contro l’Unione europea nel colpire il ventre molle della Polonia. La Polonia segna il confine fra Est e Ovest, così permeabile che lo attraversarono la Wermacht e l’Armata Rossa per spartire il paese fra le due, provvisorie, zone d’influenza.

La Bielorussia ci riprova, non con i mezzi corazzati che dovrebbe prendere in prestito dalla Russia, ma con la massa di manovra dei migranti. L’artifizio è ingegnoso quanto efferato. Alle persone in attesa di espatrio in vari posti del Grande Medio Oriente la Bielorussia promette il visto facile e il passaggio verso l’area europea.

I potenziali migranti non hanno alcun desiderio di stabilirsi sotto il regime di Minsk, che non sarebbe meno pesante di quello da cui fuggono, pensano di varcare la Polonia per raggiungere la Germania, la meta finale e tradizionalmente accogliente. Ancora si ricorda l’apertura di Angela Merkel ai profughi di Siria.

La mossa di Lukashenko coglie almeno due punti sensibili dell’universo europeo. Il primo, s’è detto, è la labilità del confine con la Polonia e con i Baltici. Il secondo è la tenuta dell’impegno umanitario europeo, la sua ideologia fondante. Per dirla tutta: gli europei non hanno alcuna pulsione ad accogliere i fuggitivi da tutti i conflitti e da tutte le sciagure del mondo.

Non solo i nazionalisti – sovranisti che anzi, paradossalmente, trarrebbero vantaggio elettorale dagli afflussi incontrollati. La Lega ha costruito sugli sbarchi gli ultimi successi. Ma anche i partiti europeisti si troverebbero in imbarazzo: nel dilemma fra le dichiarazioni di apertura e la realtà di una gestione di esseri umani malvista dall’opinione pubblica.

Persino il nostro Presidente del Consiglio ha dovuto alzare bandiera bianca a fronte dei numeri impietosi. Nel solo 2021, a anno ancora in corso, in Italia sono sbarcati 57.833 migranti, dei quali soltanto 97 riallocati negli altri stati membri. I porti di provenienza sono soprattutto libici, il che riporta la Libia al centro dell’attenzione.

La Conferenza di Parigi appena conclusa lascia intravedere uno spiraglio. Francia e Italia convergono con la Germania, e con gli Stati Uniti, nel confermare le elezioni a dicembre per stabilizzare il paese. Si tratta di convincere i soggetti riottosi: Russia e Turchia. Sia Mosca che Ankara continuano a giocare la partita nel Maghreb con obiettivi non necessariamente allineati agli europei.

Per tornare alla Bielorussia, è da notare che la Polonia stessa si trova davanti ad un dilemma: la sua incoerenza in materia di migrazioni. Fra i più conseguenti avversari delle riallocazioni quando si tratta di migranti sbarcati negli stati costieri, si trova a fronteggiare i loro stessi problemi. E cioè ad essere bersaglio della guerra ibrida  da parte di un paese terzo.

Varsavia ha bisogno della solidarietà europea che nega ai partner in analoghe circostanze. E questo mentre è nel mirino della Commissione, e della Corte di Giustizia, per la singolare interpretazione dei  canoni di appartenenza all’Unione.

Stare un po’ dentro e un po’ fuori era tipico di Londra. Varsavia non ha la stessa tempra e, probabilmente, neppure la stessa determinazione nel portare la contestazione fino al recesso. Galleggia fra nazionalismo e europeismo, spizzicando qua e là quanto conviene ai propri interessi.

Il quadro si complica se la Bielorussia agisce per conto proprio e della Russia. Vladimir Putin mostra abilità di manovra nel prendere le distanze almeno su un punto. Non intende usare egli stesso, né lasciarlo usare a Lukashenko, il gas come ulteriore arma nei confronti dell’Unione.

Il rubinetto del gas non sarà chiuso. La sospensione arbitraria delle forniture esporrebbe Gazprom a richieste di risarcimento. Gli affari sono affari. E poi non v’è motivo di salutare male Angela Merkel che parte e Olaf Scholz che arriva. Il campo da gioco sempre quello è: Berlino.

di Cosimo Risi

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