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L’arrivo, ormai imminente, del periodo festivo unito all’aumento dei contagi da coronavirus, anche nel nostro Paese, stanno facendo riflettere sull’opportunità di eseguire tamponi (rapidi o molecolari). Ma serve davvero eseguirne uno, ad esempio, prima del cenone di Natale? A fare il punto su cosa sia meglio prendere in considerazione e quando, rispetto al momento del presunto contagio, è un articolo del “Corriere della Sera”.

“Se dovessi scegliere farei il molecolare”, ha detto il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri. “Ma in primis direi vaccinazione, perché una cena o un pranzo con vaccinati sono più sicuri di quelli in cui sono presenti persone che hanno fatto solo il tampone”.

I dubbi principali e più diffusi restano quelli legati alla reale affidabilità dei test, anche nei confronti della nuova variante Omicron, che come riferito dagli esperti che l’hanno studiata presenta numerose mutazioni sulla proteina Spike.

Secondo Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione microbiologi clinici italiani e della Federazione italiana società scientifiche di laboratorio, “il tampone molecolare resta il più sicuro e permette anche di identificare la variante attraverso il sequenziamento, cosa impossibile con i test rapidi. Ma non esiste il rischio che Omicron possa ‘bucare’ i test, né molecolari né antigenici: i dispositivi riconoscono la presenza o meno del soggetto, il coronavirus”.

In base alla valutazione dell’esperto, in sostanza, la “psicosi da tamponi” prima delle imminenti festività, con tanto di ritrovi a tavola, è “davvero eccessiva: i vaccinati possono sì infettarsi ma sono protetti al 90% dalla malattia sintomatica. I tamponi devono farli i non vaccinati”, ha riferito.

E, in riferimento alla validità dei test, l’esperto ha detto che “un test con sensibilità molto elevata, come il tampone molecolare, ci protegge dai falsi negativi, che sono il vero rischio. Il molecolare ha una sensibilità superiore al 99%, i rapidi superano di poco il 90%”.

Quale la finestra temporale migliore per eseguire i test anti-Covid? Il lasso temporale in cui il virus è rilevabile “va da 24 ore dopo il contatto con un positivo a 5 giorni dopo. L’ideale sarebbe quindi fare un tampone a 48 ore e poi ripeterlo a 5 giorni”, ha suggerito Clerici.

Secondo il quale, inoltre, non risulta necessario che “i vaccinati con 2 o 3 dosi si sottopongano al test prima di incontrare i familiari, a meno che non abbiano sintomi riconducibili a Covid”.

Un consiglio, comunque, può essere quello di “avere un’attenzione in più se in famiglia è presente un soggetto fragile, per esempio trapiantato o in chemioterapia: ma anche in questo caso non servono necessariamente tamponi a tappeto, basterebbero mascherine e distanziamento”, ha poi aggiunto.

Quando, dunque, sospettare un possibile contagio da Covid? Secondo Fabrizio Pregliasco, docente di Igiene generale e Medicina preventiva presso l’Università degli Studi di Milano, “il tampone va fatto se si manifesta una sintomatologia multipla e ovviamente se c’è un’ipotesi di contatto stretto con un positivo”.

In questo caso, dopo il probabile contatto a rischio, occorre aspettare almeno 24 ore prima di sottoporsi al tampone: se il test viene fatto troppo presto si rischia di avere un falso negativo, ha chiarito l’esperto.

E’ importante ricordare, in quest’ottica, che un “contatto stretto” è “chiunque sia stato esposto da un caso probabile o confermato di Covid da 48 ore prima dell’insorgenza dei sintomi fino a 14 giorni dopo o fino al momento della diagnosi e dell’isolamento del positivo”, riporta ancora il “Corriere della Sera”.

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