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Il reato di “traffico di influenze illecite”, sbandierato dai grillini come la panacea di ogni corruzione, è stato definito dal prof. Tullio Padovani, uno dei più autorevoli studiosi di diritto penale e professore nella prestigiosa Università Sant’Anna di Pisa, come “la corazzata Potemkin del film di Fantozzi, una boiata pazzesca ! ”.

Qualcuno dei pentastellati, almeno quelli più onesti intellettualmente, ricorderà quello che successe nel 2016 alla ministra dello Sviluppo, Federica Guidi, mai indagata, ma, in ragione di una inchiesta che allora coinvolse il suo compagno (dappoi ritenuto estraneo ai fatti dalla stessa magistratura inquirente), venne dal “Fatto” e dalla propaganda grillina esposta alla pubblica gogna e costretta alle dimissioni.

Ora, invece, per il sig. Giuseppe (detto Beppe) Grillo tutto tace, eppure il conflitto di interessi contestato al fondatore del Movimento è ben più grave di quanto ipotizzabile (ma mai contestato) per Federica Guidi, perché – da quanto è dato apprendere dai giornali – non riguarda solo la vicenda di Moby, ma pure il caso Loviit e quello InPost.

Nonostante la evidente omissione di informazione giornalistica, ormai caratteristica di un certo quotidiano diventato organo di partito dei 5Stelle, è opportuno da subito precisare che Giuseppe (detto Beppe) Grillo rimane innocente sino alla condanna definitiva, come indica quell’art. 27 della Costituzione, che la furia populista del Movimento ha inteso per anni ignorare, se non “distruggere” nel suo “alto” valore precettivo.

Poi, bisogna dire che quello contestato all’ex-comico resta un reato dai contorni vaghi, connaturato da un forte intento repressivo, che vorrebbe punire in via preventiva e anticipata, il fenomeno della corruzione, sanzionando tutti quei comportamenti che la tradizione giuridica occidentale ha sempre ritenuto irrilevanti.

L’obiezione che potrebbe essere rivolta a quanto innanzi esposto, è che il legislatore italiano ha recepito in questo caso le norme sovranazionali, ma, in risposta, basta vedere come si sono comportati gli altri legislatori nazionali per comprendere che la fattispecie di reato in Italia – vaga, incerta e tutta fondata su “motivi interni dell’agente” – non trova riscontro in alcuna altra legislazione dei Paesi dell’Unione Europea.

Tornando alle considerazioni di “costume”, i grillini, i leghisti e i fratelli d’ Italia, per ingraziarsi le simpatie e i voti del populismo cieco, hanno per anni insistito sulla corruzione diffusa che regnerebbe nel Bel Paese, offrendo, anche all’estero, e con grave danno per l’immagine dell’Italia, lo spunto per il discredito delle nostre Istituzioni.

I nostri, però, che non studiano nè leggono le statistiche, fingono di ignorare che i tedeschi consumano truffe all’Europa più di noi e i francesi truffano per il triplo. E’ evidente che la propaganda dei sovran-populisti ha finito per indurre una percezione mediatica del problema della corruzione ben maggiore di quello che effettivamente è.

Mi pare necessario sottolineare che i profili percettivi del fenomeno nella pubblica  opinione nascono principalmente dalla inefficienza (a volte, dalla inaffidabilità, se non dall’ “ignoranza”) della pubblica amministrazione, che resta ancora oggi il vero punto “debole” del sistema Paese, nonché dall’impluvio di indagini che trovano ampio riscontro nella stampa e nei mezzi di comunicazione, ma che poi si concludono con assoluzioni o “non luogo a procedere” (di cui, poi, nessuno dà conto !).

La favola dell’Italia terra di corrotti resta, allora, uno degli abbagli più inspiegabili e mirabolanti degli ultimi quaranta anni, un’arma letale per chi ha inteso scardinare il vivere civile, a volte brandita dagli stessi che hanno negli anni costruito e rafforzato quel sistema del quale hanno goduto tutti i benefici. In fondo, i grillini sono le prime vittime di queste loro superstizioni.

Giuseppe Fauceglia

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