Guairà guantanamera (di Enzo Capuano)

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Mentre leggi un romanzo, un articolo o qualsiasi altra cosa, capita di incontrare un nome di qualcuno o di qualcosa che ti è oscuro. Ti fermi un attimo, cerchi nei ricordi, niente.

Nasce subito l’interesse di colmare quella lacuna. A quel punto hai due opzioni: continuare a concentrarti sulla lettura o andare alla ricerca di quel nome.

Se quello che stai leggendo ti coinvolge particolarmente e vuoi assolutamente andare avanti, continui nella lettura, l’obiettivo è concludere l’articolo, il libro. Poi andrò a cercarlo, pensi, ma dopo qualche pagina, il più delle volte, dimentichi nome e proposito. Altre volte ti fermi e inizi la ricerca per afferrare quante cose, quante storie nascoste, sono legate a quel nome.

Se è un personaggio (Carneade chi era costui?) vai alla ricerca del suo tempo e del suo spazio, ma soprattutto cerchi di capire chi è o chi è stato, cosa ha fatto. Infine lo etichetti: un letterato, uno scrittore, uno storico, uno scienziato e poi finalmente riprendi a scorrere il testo.

Altre volte la sua vita ti stimola e vai più a fondo, lo insegui e, da quel momento in poi, probabilmente, continuerai a prestare attenzione al suo tempo alle sue imprese, alle sue storie.

L’ultimo nome sconosciuto nel quale mi sono imbattuto era riportato in un articolo che parlava del diritto di libertà dei popoli. Il suo nome è: José Marti. Non sapevo chi fosse.

La cosa più immediata, di solito, è ricorrere a Google, poi se hai bisogno di approfondire ti servi di altro. Il suo nome completo è José Julián Martí Pérez. Tutte le sue foto mostrano un uomo, vissuto tra il 1853 e il 1895, dalla fronte alta, occhi piccoli e penetranti, baffi lunghi, un po’ alla Salvador Dalì, ma più folti.

È stato un politico, scrittore, poeta e rivoluzionario cubano. Fu un leader del movimento per l’indipendenza cubana e a Cuba, ancora oggi, è considerato uno dei più grandi eroi nazionali. Trovo una sua poesia:

            Coltivo una rosa bianca, / in luglio come in gennaio, / per l’amico sincero / che mi porge la sua mano franca. / E per il crudele che mi strappa / il cuore con cui vivo, / né il cardo né ortica coltivo: / coltivo la rosa bianca.

Mi incuriosisce, continuo a cercare e scopro che Il testo della singolare canzone Guantanamera, una delle canzoni cubane più famose e che far parte anche della nostra cultura, fa parte della raccolta Versos Sencillos scritta proprio da José Martí.

Cerco la canzone e, in silenzio, l’ascolto tutta. Va avanti a tempo di bolero, canta Compay Segundo. La musica finisce, l’ascolto una seconda volta e poi una terza. Rivado con la mente a tanti anni prima: con mia moglie eravamo in Messico, non a Cuba, e veniva continuamente proposta per radio e nei locali.

Mi ritornano in mente immagini di Acapulco, Città del Messico e le rovine Maya di Chicen Itza e il mare… mentre Cuba rimane… un progetto non realizzato.

Lascio i ricordi e per comprendere meglio il testo, cerco la traduzione in italiano. Capisco che la poesia appena letta fa parte del contenuto della canzone; è una serenata dedicata ad una guairà guantanamera (contadina della città di Guantánamo).

Ha come sfondo le lotte di indipendenza che infiammavano Cuba, prima colonia spagnola e poi colonia statunitense, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

Continuo a cercare e mi accorgo che Zucchero canta Guantanamera in italiano; mi sento un po’ ignorante, ma sono contento di aver fatto mie tutte queste informazioni.

Ascolto la canzone di Zucchero e mi rendo conto che la conoscevo, capita di recuperare inaspettatamente ricordi nascosti nel buio.

Mi esalto ancor di più quando, leggendo, mi imbatto in un nome di un luogo ignoto, inizia per me un viaggio immaginario, ma pur sempre affascinante. Sempre sullo stesso articolo viene citata la cittadina di Hraytan, non la conosco.

Scopro che è una città a nord della Siria, nei pressi di Aleppo; dalle fotografie vedo che, come ci si poteva immaginare, è una città dilaniata dalle bombe, di una guerra assurda e crudele, infinita. Sono le stesse immagini raccolte in Ucraina e proposte dalla televisione in questi giorni. In entrambe le realtà la libertà è stata calpestata.

E per la libertà bisogna pagare un prezzo enorme… lo dicono gli esperti di storia… ma chi non è lì, non può capire quanto questo prezzo sia grande. Non basta impietosirsi, indignarsi, commuoversi, non basta, chi non è lì, non ha il diritto di parlare, se può fare qualcosa lo faccia e lo faccia in silenzio.

Mentre penso agli innumerevoli massacri di gente inerme che la storia racconta mi ritornano in mente le note della canzone cubana.

Con i poveri della terra / Voglio condividere la mia sorte / Con i poveri della terra / Voglio condividere la mia sorte / Il ruscello della sierra / Mi seduce più del mare.

Guantanamera / Guajira Guantanamera / Guantanamera / Guajira Guantanamera.

 

Enzo Capuano (capuanov@tiscali.it)

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  • Quando a scuola, imparai a leggere, mio padre mi comprava il settimanale “Il Corriere dei piccoli”. Lo divoravo subito, aspettavo con ansia il numero successivo. Spesso mi imbattevo in termini sconosciuti, ma mi era impossibile soddisfarne la curiosità di sapere, visto che in casa mia, per le scarse risorse, non c’erano altri libri che il mio sillabario, ed io ero solo il primogenito. Ma il mio eroe era Tex Willer, l’eroe che difendeva i Navajo dai bianchi, che leggevo grazie al prestito di un mio compagno di classe. Se mi sono innamorato dei libri prima che di una ragazza, lo devo alla mia maestra, che ci imponeva di acquistare libri in comune per poi leggerli, passandoceli tra noi della classe. Tornando ad oggi, ci ritroviamo di nuovo sgomenti al trionfo della morte, dell’ eterna guerra. Giusto, la guerra è come la malattia, solo viverla sulla propria pelle si può conoscere davvero la sofferenza e il dolore che apporta al corpo e allo spirito. La contadina di Guantanamo, come la spigolatrice di Sapri, sono spettatrici innocenti di lotte per la libertà di ogni popolo. La nuova barbarie che riemerge dalla caduta di etica e principi morali, soprattutto dal rispetto degli altri. Ma è giusto parlarne, per evitare che persone che fanno della sopraffazione la loro dottrina, prevalgano nella società e occupino un posto di comando nel governo delle nazioni.
    Voi che vivete sicuri
    nelle vostre tiepide case,
    voi che trovate tornando a sera
    il cibo caldo e visi amici:
    Considerate se questo è un uomo
    (Primo Levi)

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