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Alzandosi in piedi per morire, sono morti liberi (di Enzo Capuano)

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Davanti alla TV, mentre osservo la cronaca della guerra in Ucraina, ammirato dal coraggio di tanti uomini e donne, rattristito dai massacri, incapace di rappresentarmi fino in fondo il loro dolore, mi ritorna in mente quell’immagine di tanti anni fa. Provo a spiegarmi perché mi sia rimasta impressa nella mente e, ancora oggi, suscita in me, commozione.

Quello scatto il 5 giugno compie 34 anni. La rivista Time lo ricorda, in uno speciale, come una delle 100 foto più rappresentative di tutti i tempi. Per me è stata sempre la numero uno. Un’unica immagine racconta una tragedia infinita, il coraggio, il sopruso, l’impossibilità dal dialogo, l’impossibilità di cambiare la storia e molto altro ancora.

Era il 5 giugno 1989, lunedì.

Ricordo quando, con il fiato sospeso, vidi per la prima volta il filmato in TV. Poi, sui giornali, ovunque quella fotografia.

Fu scattata dal fotografo Jeff Widener, da una finestra al sesto piano dell’hotel Beijing. Puntò la sua Nikon e fece clic.  Un attimo, che si trasformò in infinito, diventando simbolo di coraggio, lotta e libertà. Un uomo con in mano due sacchetti di plastica era piazzato davanti a un carro armato, anzi davanti a una fila di carri armati, impedendogli di procedere.

Il mezzo corazzato cercò di passargli accanto, ma lui non si arrese e continuò a bloccarlo; tentò anche di arrampicarsi su di esso. I fatti mi colpirono a tal punto che dopo venti anni mi ispirarono un romanzo, “Addio Tienanmen.” Ho ricordato quel periodo storico all’interno del quale ho provato a descrivere eventi leggeri, a volte impossibili, rincorrendo vibrazioni lontane.

Perché si ama tanto quella foto?

Non perché quel piccolo, grande uomo sta facendo qualcosa che avrebbe potuto cambiare il suo destino. È il fatto che abbia una grande fede per farlo! La sua mente è puntata su un unico obiettivo: la sua destinazione finale. Non pensa se cadrà e morirà. Non guarda indietro per capire se qualcuno lo segue, né si chiede a cosa porterà il suo gesto.

Sa che sta nel giusto, cammina lungo la sua strada e non vuole cambiare percorso, così come farebbe un uomo libero, e sa di non dover chiedere a nessuno se ha ragione o torto. Non ha bisogno di sostegno, né chiede di essere accompagnato. La sua coscienza è libera da compromessi e aleggia sopra ogni cosa, in quella piazza immensa, al di là di ogni considerazione. Sa che sta protestando per un diritto sacrosanto.

Che sia stato coraggio e non incoscienza è testimoniato dal fatto che quel gesto avvenne il giorno dopo il massacro; quel giovane sapeva quanto devastante sarebbe potuto essere la reazione dei militari. Poche ore prima (la notte tra il 3 e 4 giugno), le truppe cinesi avevano falciato senza pietà i manifestanti che in piazza Tienanmen chiedevano riforme democratiche e avevano distrutto la statua della libertà in gesso, che gli studenti, gli operai, avevano costruito al centro della piazza come simbolo della loro lotta.

La tragicità dell’evento è rafforzata dal fatto che i soldati nel carrarmato condividevano il pensiero dei manifestanti e tra i manifestanti c’erano amici, fratelli, sorelle, fidanzate… tutti lo sapevano, ma sapevano anche che non avrebbero esitato a fare una nuova strage se gli fosse stato comandato.

Quella notte lo stesso giornalista Jeff Widener fu aggredito dalla polizia, che sequestrava tutto il materiale relativo alla repressione.

Pochi giorni dopo la strage una studentessa cinese, proprio nel timore che tutto fosse dimenticato, tradusse e fece imparare a memoria ad un giornalista americano del ”The Baltimore Sun” una poesia in onore degli studenti uccisi.

Arresto il flusso dei pensieri di quell’evento e mi ritorna in mente l’emozione di ritrovarmi in piazza Tienanmen, con mia moglie, tanti anni dopo la strage. Avevo già scritto il romanzo. Chiusi gli occhi, respirai lentamente e, a voce bassa, recitai la poesia letta sul The Baltomore Sun:

            Non hanno mai conosciuto in vita la libertà, ma alzandosi in piedi per morire, sono morti liberi. La democrazia è più di una statua di gesso. Una statua di gesso può essere abbattuta, ma scaraventarla a terra fa sì che la gente ricordi. E il ricordo di una statua di gesso conserverà il ricordo delle idee per cui sono morti.

di Enzo Capuano

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