Lo stupore della notte per la Corona (di Cosimo Risi)

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Giuseppe Tornatore dedica il bellissimo docufilm a Ennio. Scopriamo così che Mina chiese al Maestro Morricone di arrangiare la celebre canzone Se telefonando: quella che iniziava con “lo stupore della notte spalancata”.

Lo stupore della notte prende persino i repubblicani dichiarati, è il caso di Tony Blair, davanti allo spettacolo della Monarchia. Il rito, come certe liturgie della Chiesa cattolica,  si ripete nella sua immutabile e pure mutevole iterazione. La capacità rara di rinnovarsi restando se stessa.

Abbiamo guardato la serie The Crown e il film The Queen. Nella serie il ruolo della Regina è affidato ad attrici diverse in ragione dell’età, lo sceneggiato  copre un ampio arco di tempo, fino all’ultima interprete che pare ingessata nell’immobilità del ruolo.

Nel film Helen Mirren offre una recitazione più mossa, addirittura ammiccante quando ingiunge al giovane Blair “Primo Ministro, ora non si allarghi”. Il laburista si vantava di avere salvato, lui, la Corona dopo l’infortunio della morte di Diana. La Corona non si era mostrata subito partecipe del lutto nazionale per la Principessa del Popolo, il fortunato appellativo che lo spin doctor di Blair aveva consegnato ai media.

La Regina ha attraversato 70 anni di storia. Da quando, principessa e precoce erede al Trono, guida i camion nella Seconda Guerra Mondiale, i Windsor a differenza di altre teste coronate non lasciarono il loro popolo in balia del nemico, fino a quando stringe debolmente la mano a Liz Truss, l’ultima Prima Ministra incaricata di formare il Governo di Sua Maestà.

Tre donne Premier: la prima, Margaret Thatcher, andò in palese disaccordo con la Regina fino a provare ad oscurarne il blasone. La parata trionfale dopo la vittoria alle Falkland segnò l’apice e il declino della Lady di ferro. Nessun dignitario osi oscurare The Queen. Neppure la Principessa del Popolo, assai esposta e assai fragile. Finita tragicamente nella galleria di Parigi mentre sfuggiva ai fotografi. Il solo pensare che la Regina potesse fuggire davanti a qualcuno… what a nonsense.

Il Regno Unito è in realtà disunito fra Scozia, Irlanda del nord, Galles, Inghilterra, con le prime due a tirare la corda della secessione. Poco a che fare con la centralistica Francia, il primo grande paese europeo a trovare la compattezza nazionale e grande rivale di Gran Bretagna nel dominio dei mari.

La fine dell’Impero. Luigi Bruti Liberati, in Storia dell’Impero britannico (Bompiani, 2022), la colloca nel 1999 quando Nelson Mandela diviene Presidente del Sudafrica; altri nel 1997 quando il Regno Unito cede Hong Kong alla Cina. La fine dell’Impero non segna la fine della Monarchia. La Regina, non più Imperatrice, presiede quel coacervo di paesi che è il Commonwealth. La quasi-organizzazione internazionale che Boris Johnson, altro astro fugace della politica londinese, voleva porre a base di Global Britain.

La Gran Bretagna, grazie a Brexit, è libera dai lacciuoli di Bruxelles, può librarsi nel mondo e riscoprire la vocazione globale. Il placido ritorno alla logica imperiale senza l’Impero. Non basta affidarsi all’uso dell’International English, questa  sorta di esperanto adatto a qualsiasi uso, così semplificato da fare presumere a tutti di conoscerlo. Occorre situare la vocazione globale anzitutto in seno alla cosiddetta anglosfera, il circolo ristretto dei paesi anglofoni (e un tempo solo bianchi): Canada, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda.

La prima volta in una colazione ufficiale con la delegazione britannica a Londra, l’anfitrione, un qualche ampolloso Sir, a fine pasto si alzò e, calice levato, intonò “The Queen”. Noi lo imitammo, e per non essere da meno scandimmo “The President”. Ma non era nostra abitudine brindare al Presidente.

La morte della Regina muove le coscienze, persino Vladimir Putin scrive di perdita irreparabile. Elisabetta II ha conservato l’istituzione monarchica e l’unità del Regno in un mondo che cambiava radicalmente. A giorni  riceverà la fastosa cerimonia funebre del suo rango.   La Monarchia protrae se stessa con Carlo III, a continuare la sfida  alla modernità ma senza il carisma della Regina.

Cosimo Risi

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