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Democrazia e mercato (di Giuseppe Fauceglia)

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Democrazia e mercato hanno in comune l’idea di uguaglianza e concorrono entrambi alla sua attuazione, posto che senza democrazia non possono esserci né mercato, né impresa, né lavoro (così recentemente si è espresso il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella).

Che la democrazia sia un elemento per lo sviluppo di un mercato aperto alla concorrenza e fattore moltiplicatore delle occasioni di lavoro, non pare in dubbio, posto che il mercato artificiale creato negli Stati autoritari, come la Cina, presenta limitati effetti benefici interni ed è finalizzato solo ad accrescere la produzione collocata all’estero, con conseguenti margini di profitto elevati, grazie proprio al basso costo del lavoro.

In un’economia orientata alla solidarietà, il mercato non può essere solo lasciato alle dinamiche interne, ma in qualche modo si richiede l’intervento dello Stato, per correggere eventuali distorsioni o squilibri anche sociali.

In questi ultimi mesi abbiamo assistito ad una serie di interventi normativi che, sia pure generati da esigenze contingenti, hanno manifestato quel metodo di governo dell’economia che ha in odio i prezzi, come espressione delle dinamiche concorrenziali, concependoli solo come frutto della volontà politica.

Non si può negare, ad esempio, che affidare all’ENAC il controllo sui prezzi dei voli è roba da Unione Sovietica, perché è risultata evidente la violazione del Regolamento europeo che lascia ai vettori aerei la libertà di fissare i prezzi. In sostanza, affidare all’ENAC la facoltà di definire, in qualche modo anche arbitrariamente, il prezzo “imposto” dei voli e di obbligare le compagnie a rinunciare al loro revenue management, si traduce nella distruzione delle regole di mercato.

Naturalmente, non si vuol dire che tutto vada bene: il contrasto all’applicazione di prezzi civetta e la richiesta di indicare il prezzo di tutti i posti disponibili, sia pure variabili in ragione del giorno di prenotazione, in qualche modo servono a limitare distorsioni evidenti del mercato.

Nella stessa prospettiva può collocarsi l’intervento sui prezzi dei carburanti, laddove il Governo è partito dall’orecchiare un certo liberismo sulla strada della trasparenza, imponendo la cartellonistica dei prezzi praticati, che però ha prodotto effetti sul minimo margine dell’esercente finale, senza incidere sui prezzi dei cartelli petroliferi e sulle accise statali, che restano le questioni “vere” sui quali finisce per infrangersi ogni controllo sulla dinamica dei prezzi.

La reticenza ad accettare che l’intermediazione economica internazionale pone un ineludibile vincolo alle manie di controllo politico “nazionale” dei prezzi di beni e di servizi ha finito per privare ogni valenza alla politica di riequilibrio di recente assunta dal Governo. In questa prospettiva, vanno analizzati anche i prezzi dei prodotti alimentari, laddove servono interventi di razionalizzazione e semplificazione delle filiere produttive, per trasferire “a valle” la maggiore efficienza dei prezzi, e non certo azioni dirigiste che richiamano vecchi e distorsivi calmieri.

La ricerca economica concepisce che ci possa essere un intervento pubblico, purché temporaneo e rigorosamente documentato, sui prezzi relativi (ma non su quelli assoluti) di alcuni beni succedanei, per garantire che vengano correttamente incorporate nei prezzi le eventuali esternalità negative (qui l’esempio è quello dei costi dell’energia). In ogni caso, va ribadito che i prezzi di mercato e il sovranismo populista non possono, in alcun modo, andare d’accordo.

Giuseppe Fauceglia  

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