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Trenta anni dal Muro, com’è cambiata l’Europa (di Cosimo Risi)

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Nel 2019 corrono i trenta anni dalla caduta del Muro. E quando dici Muro pensi a Berlino.

La caduta diede vita al processo rapido e inarrestabile di ristrutturazione del Continente.

Le avvisaglie erano già percepibili nei paesi satelliti dell’Unione Sovietica. Prima la Polonia con il movimento Solidarnòsc, poi l’Ungheria, la Cecoslovacchia (allora unita), le Repubbliche Baltiche.

L’onda d’urto si propagò al centro delle crisi europee. Dal 1945, anno della sconfitta  del Terzo Reich, la Germania divisa in Repubblica Federale a ovest e Repubblica Democratica  a Est era la rappresentazione plastica della divisione  fra le sfere d’influenza. Attraversavi il confine verso Est e ti sembrava di entrare in un altro universo, carico di sospetti e  desideri, dall’atmosfera de “La spia che venne dal freddo”.

I sospetti delle autorità ufficiali che temevano il contagio dei costumi occidentali e tenevano la popolazione segregata, i desideri delle persone verso prodotti da noi di largo uso e da loro introvabili. Le calze di nylon, le penne a sfera: solo per citare i più banali.

Sergio Romano, allora Ambasciatore d’Italia a Mosca, rievoca quel periodo in un’intervista (LINKIESTA, 23 febbraio 2019) in cui fa il punto sul trentennio. Fu un errore allargare l’Unione europea ai paesi dell’Est. Orfani del comunismo, in cerca di un appiglio politico e soprattutto economico, quei paesi guardarono a Bruxelles come alla terra promessa: per riscattare le prerogative nazionali fagocitate dall’URSS, per entrare nella società dei consumi  impediti dalla pianificazione statale.

La spinta verso l’allargamento fu tale che la Commissione Prodi impegnò risorse ingenti per concludere le trattative di adesione in tempi ragionevoli. Fra il 2004 e il 2007 l’Unione diede vita al big bang, l’ingresso simultaneo di ben dodici nuovi membri, fra cui Cipro e Malta, portatrici di tutt’altri problemi.

Romano rileva quanto l’effetto dell’allargamento  fosse sottovalutato. I paesi dell’Est andavano certamente sostenuti nella loro emancipazione ma senza integrarli nelle istituzioni europee.  Alla distanza i nuovi stati membri hanno mostrato di cercare nell’Unione i benefici economici, non l’integrazione politica. La loro ambizione era di accrescere il benessere e soprattutto di ritrovare la sovranità nazionale sacrificata dal comunismo.

Il sovranismo di marca  orientale, in Polonia e Ungheria, è legato rispettivamente a Kaczynski e Orbàn, ma parte da lontano, dall’esigenza dei loro paesi di affermarsi come stati – nazione e non appendici di un potere esterno, che esso si collochi a Mosca o  Bruxelles.  Il sovranismo di marca occidentale, in Italia e Germania, risponde invece alle contingenze politiche del momento e contrasta la loro storica vocazione all’integrazione.

Fra i membri entrati nel 2004 ed alcuni membri fondatori del 1957 la distanza è notevole. Non è detto perciò  che la convergenza fra i sovranismi regga né che produca nuovi assetti in seno al Parlamento Europeo dopo le elezioni di maggio.

Fautori del grande allargamento  furono Germania e Regno Unito. La Germania non voleva più alla frontiera orientale paesi potenzialmente ostili. Il Regno Unito voleva diluire l’integrazione europea con l’immissione di nuove variabili. Londra si ritira dal gioco senza vincerlo: Brexit è la rinuncia a modificare l’Unione secondo i propri voleri. La partita è finita? Ci torneremo.

Cosimo Risi

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