Il gioco elettorale in Europa fra destra e sinistra e il nuovo che avanza (di C. Risi)

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Molti ora a salutare la rivincita del Partito Laburista nella versione di Jeremy Corbyn. Ecco il ritorno della sinistra, che non si vergogna di essere tale ma ostenta il proprio “socialismo” (ben temperato da iniezioni di botulino liberista), guadagna consensi fra i giovani, strappa ai conservatori il seggio di Kensington, come dire i Parioli a Roma.

Kensington: il quartiere era una volta abitato dai ricchissimi ed ora è sempre abitato dai ricchissimi, i soli a potersi permettere di acquistare casa senza chiedere il prezzo, ma non ammessi al voto perché stranieri.

Ai plaudenti sfugge  che il Labour ha guadagnato seggi rispetti ai sondaggi, che lo davano dietro di venti punti, ma non abbastanza da contendere il primato ai Tories. I Conservatori della Prima Ministra conservano il primato sia pure di misura: devono allearsi  agli Unionisti dell’Irlanda del Nord per avere i numeri ai Comuni.

Ancora una volta la contesa elettorale punisce chi l’ha voluta. Theresa May giunse a Downing Street dopo la batosta subita da David Cameron al referendum su Brexit un anno fa, chiese l’investitura popolare per affrontare il negoziato con l’Unione europea, riceve un’investitura dimezzata.

Sarà probabilmente costretta a inseguire una soft Brexit invece della vagheggiata hard Brexit. Il che, tradotto in linguaggio comune, significa che dovrà annacquare la pretesa di imporre lei le condizioni a Bruxelles, quasi che fosse l’Unione a staccarsi dal Regno Unito e non l’incontrario.

E allora: i laburisti vincono rispetto ai sondaggi ma perdono la corsa al governo; i conservatori perdono rispetto ai sondaggi ma restano al governo. L’esito probabile è che la battaglia si sposti all’interno dei Tories col Ministro degli Esteri Johnson pronto a subentrare a May.

Ma per questo dovremo attendere qualche mese, la vendetta si serve fredda. Un dato  è curioso: avendo vinto la battaglia per Brexit nel 2016, il partito indipendentista del già leader Nigel Farage  scompare del tutto dal radar. L’inizio della fine dei populisti, come già nei Paesi Bassi e in Francia?

La Francia elegge l’Assemblea in due turni  ed i sondaggi sono unanimi nel pronosticare la vittoria di La République en marche!, il movimento del Presidente Macron. Un ibrido di sinistra (il partito socialista ormai ai minimi termini dopo la rinuncia di Hollande) e di destra (i Républicains usciti malamente dalle elezioni presidenziali). Una terza via, quella di Macron, tardiva rispetto alle terze vie di  decenni fa propugnate da Tony Blair col New Labour e da Gerhard Schröder con la SPD riformata.

Le terze vie – si ricorderà – ebbero seguaci in Italia con l’Ulivo e negli Stati Uniti con i democratici di Bill Clinton. Qualcuno parlò di Ulivo mondiale. Poi si scoprì che l’ulivo attecchisce soltanto nella Olive Belt, in quella fascia mediterranea che lambisce anche la sponda sud del Grande Mare: una terra incognita per gli antichi romani, e non solo per loro.

Contentiamoci di capire che non si capisce un granché nel panorama elettorale europeo. Tranne un punto: l’Unione europea torna d’attualità. Nel Regno Unito divide i fautori dell’uscita dura da quelli dell’uscita morbida, vince in Francia con l’europeista Macron e probabilmente con La République en marche!, tiene in Austria,  Spagna, Paesi Bassi.

Il discrimine allora –  scrive Marc Lazar su La repubblica – non è più tanto fra destra e sinistra quanto fra Europa e non Europa. Per essere data per moribonda, la sessantenne Europa porta bene gli anni.

Cosimo Risi

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