Alzheimer, 600mila italiani vivono nel mancato ricordo di sé (di Tony Ardito)

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Anche quest’anno in tutto mondo il 21 settembre è stata celebrata la giornata mondiale Alzheimer.

Istituita nel 1994 dalla Organizzazione Mondiale della Sanità e da Alzheimer’s Disease International, che nel nostro Paese è rappresenta dalla Federazione Alzheimer Italia.

La Giornata è il culmine di un mese dedicato alla sensibilizzazione sulla malattia ed alla promozione di progetti ed eventi che sottolineino i progressi scientifici e la centralità dell’assistenza.

Piccoli vuoti di memoria che si fanno sempre più frequenti, luoghi familiari, persino casa propria, che di colpo diventano spazi sconosciuti. L’Alzheimer colpisce così portandosi via i ricordi di quanto c’è di più caro. Chi si ammala cambia carattere, diventa spesso scontroso o irrequieto.

In Italia le persone affette da questa forma di demenza sono 600mila, la loro età media è di quasi 79 anni. Analizzando i numeri del ministero si registra un dato allarmante: negli ultimi 10 anni, l’aumento è di circa il 10%.

Dietro ogni malato vi è una famiglia che se ne fa carico; un peso non solo psicologico, ma anche economico. La spesa per l’assistenza è di 11 miliardi all’anno, dei quali il 73%, a carico dei familiari. Purtroppo, nonostante gli sforzi profusi e qualche piccolo passo in avanti compiuto dalla ricerca, al momento non esiste una cura capace di arginare tale patologia, tuttavia ci sono numerosi protocolli terapeutici che mirano a migliorare la qualità della vita dei pazienti.

Attualmente, secondo i dati della Associazione Italiana Malattia di Alzheimer, la durata media di questa patologia è stimata tra gli 8 e i 14 anni.

Dall’Alzheimer, dunque, ancora non si guarisce, ma ci son cure che ne possono rallentare l’avanzata e contrastarne i sintomi. C’è innanzitutto la prevenzione che si fa mantenendo in attività il cervello. Le persone che hanno fatto un lavoro soddisfacente, o hanno avuto una vita socialmente interessante ed impegnata, e che, possibilmente, hanno praticato attività fisica registrano un rischio significativamente più basso di contrarre la malattia.

editoriale a cura di Tony Ardito, giornalista

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