4 marzo 2018, il capolavoro di Matteo Renzi (di Tony Ardito)

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In tanti, non solo fra gli appartenenti al popolo PD, pure in Europa e oltre, avevano seguito la scalata alla segreteria del rottamatore con interesse e curiosità. Matteo Renzi ed i suoi fedelissimi, sino alla vigilia del 4 marzo, spavaldi e rampanti, avevano stupito con effetti speciali, favoriti inizialmente da un entusiasmo contagioso e da una robusta dose di fortuna.

In meno di una legislatura però Renzi è nel contempo stato capace prima di esaltare, anche per gli echi di una vittoria “spot” alle europee, e poi di dissolvere il buono che il Partito Democratico aveva rappresentato in una non facile sintesi tra due storie politiche importanti e differenti.

Ha compromesso addirittura ciò che potrebbe essere definito il frutto di una visione e, più concretamente, di un esperimento che prese forma a metà degli negli anni ’90 con L’Ulivo di Romano Prodi.

Forse il rottamatore non si sentiva pago della batosta subita dal referendum, per effetto della quale lui e il giglio magico avevano addirittura preannunciato l’abbandono della scena politica. Si è limitato a lasciare palazzo Chigi. Ha subito ravvivato la leadership Dem, attraverso un passaggio dalle primarie, e proseguito con ostinazione sulla strada intrapresa.

Non ha inteso prestare attenzione ai segnali avversi e neppure ai suggerimenti, alle critiche e al malessere interni, perdendo finanche importanti pezzi per strada e, non da ultimo, facendo licenziare dal Parlamento – complice Berlusconi & co. – una legge elettorale “su misura” la quale, oltretutto, ha svilito il ruolo dell’elettore, senza neppure produrre un risultato utile alla necessaria governabilità del Paese. Insomma, Matteo Renzi ha compiuto un raro capolavoro di ingegneria politica, ma all’inverso.

Il responso delle urne si è rivelato impietoso per il PD, il segretario è stato messo all’angolo e costretto a lasciare senza subordinate la guida del partito. Ora i Dem si leccano le ferite, analizzano da Nord a Sud il dato, provano a riorganizzarsi onde indicare una nuovo organigramma e mettere a punto una strategia che gli consenta di riattivare il dialogo con la gente e l’ascolto dei territori e di strutturarsi per svolgere il ruolo di opposizione assegnatogli dalle urne.

Comunque, come in tutti gli schieramenti, pure nel PD c’è chi attende speranzoso le determinazioni che assumerà il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, confidando in un suo alto richiamo alla responsabilità, ovvero in un sostanziale via libera che aiuti ad uscire dall’ambasce, rimuova i veti incrociati e le oggettive incompatibilità per favorire, non i maldestri tentativi di inciucio in corso, ma il necessario dialogo fra uno dei vincitori, 5 Stelle di Luigi Di Maio o Lega di Matteo Salvini, e ciascuna delle altre compagini in campo per individuare una via d’uscita.

Il primo segnale probabilmente giungerà con la elezione dei presidenti di Senato e Camera di questa diciottesima legislatura, la quale in ogni caso si profila complessa, travagliata e dagli orizzonti assai incerti.

Per dirla con Francesco De Gregori: W l’Italia.

 

A cura di Tony Ardito

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