I fatti d’Ungheria al Parlamento europeo (di Cosimo Risi)

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Il 12 settembre il Parlamento europeo ha adottato la risoluzione che invita il Consiglio a constatare, a norma dell’art. 7.2 del Trattato sull’Unione europea, “l’esistenza di un evidente rischio di violazione grave da parte dell’Ungheria dei valori su cui si fonda l’Unione”. Il Parlamento, per parte sua, ha già constatato che l’Ungheria ha in essere una serie di misure contrarie allo stato di diritto e che, mantenute, porterebbero il paese fuori dallo spazio giuridico europeo.

La relatrice, la Verde olandese Judith Sargentini, era visibilmente emozionata all’approvazione del testo. Il Primo Ministro Viktor Orbàn esibiva sicurezza di sé ai limiti dell’irrisione. A Strasburgo si contrapponevano plasticamente due diverse idee d’Europa. Quella tradizionale delle regole del dibattito pubblico europeo; quella della forza  del consenso elettorale interno. Da una parte l’europeismo di maniera, dall’altra il sovranismo di nuovo conio.

Budapest descrive la scaramuccia parlamentare come il primo atto della campagna elettorale per le europee di maggio 2019. Considera che la procedura avviata con la risoluzione del 12 settembre è lungi dal considerarsi conclusa. La palla passa al Consiglio che è chiamato ad accertare, decidendo a maggioranza qualificata, che la violazione dei valori sussiste. Il Consiglio deferisce poi il caso al Consiglio europeo che, deliberando all’unanimità,  dovrà confermare l’esistenza della violazione e dare il via libera alle sanzioni a carico dell’Ungheria. La sanzione più grave è la sospensione del diritto di voto in seno al Consiglio.

La delegazione ungherese confida che al vertice l’unanimità mancherà per la prevedibile riserva della Polonia e forse del resto del Gruppo di Visegrad. La risoluzione parlamentare rischia così di restare nel limbo delle buone intenzioni. Al massimo sarà una testimonianza  degli europeisti prima di essere travolti alle urne.

Lo scontro politico si consuma in seno al Partito Popolare Europeo, cui aderisce  Fidesz (il partito di governo in Ungheria). La maggioranza del PPE a Strasburgo ha votato la risoluzione ma non spinge fino ad estromettere Fidesz. Il PPE continua ad essere guidato dalla CDU di Angela Merkel, la cui leadership è messa in discussione da più parti. Qualcuno ipotizza che la Cancelliera si candiderebbe ad un incarico europeo per interrompere anzitempo il  quarto mandato a Berlino. L’interessata smentisce, ma il gioco delle speculazioni è aperto.

Nel frattempo il cristiano – sociale bavarese Weber si candida alla guida della Commissione europea. Egli conta sul fatto che il PPE risulterebbe comunque maggioritario alle elezioni e  potrebbe coagulare il blocco sovranista attorno ad una piattaforma moderata e rassicurante. Il blocco sovranista gode  dei sondaggi favorevoli, sconta la diversificazione al suo interno. Mentre Fidesz e il partito del Cancelliere austriaco stanno dentro al PPE, la Lega italiana ne sta fuori.

In questo quadro potenzialmente infausto il fronte europeista  chiama a raccolta le disperse forze. Elegge a paladino il Presidente francese ed il suo En marche!. Attorno al movimento dovrebbe raggrupparsi la congerie di liberali, verdi, socialisti e democratici. Al momento il fronte europeista non ha un candidato di riferimento da contrapporre a Weber. Ma i giochi sono appena aperti.

di Cosimo Risi

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