Ass. ‘Io Salerno’: Nuovo Puc, i turisti nell’orto del nonno

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Con i primi giorni di sole e di calore, il nonno scendeva nell’orto per preparare il letto per la semina.

“Lì sistemeremo gli “odori”, da questa parte le piante che crescono in altezza, come fagioli, piselli, melanzane e pomodori, dall’altra le striscianti, come zucca, zucchine, carote, cetrioli. Non si può fare confusione perché ci sono necessità diverse di concime, sole e acqua”. Il nonno era un contadino esperto.

E, così, con il suo “pastenaturo” e con la Luna giusta, metteva a dimora semi e piantine tra i solchi.

Ogni cosa aveva un suo posto e ogni posto era creato per avere una sua cosa. Ci diceva: “il minestrone si fa nella pentola, non nell’orto”.

Fondere e confondere, non va bene neanche nella vita.

E neppure nella gestione del territorio di una Comunità, atteso che la crescita economica e sociale è anche in funzione della organizzazione del suo “letto di semina”. Proprio come l’orto del nonno.

Nella nostra riflessione di Mercoledì scorso, abbiamo definito il PUC, oggi in revisione, come lo strumento urbanistico utilizzato dagli Amministratori per riorganizzare i luoghi della Città, far entrare sole e aria, ampliare il verde, migliorare la viabilità, e abbiamo sottolineato che, a nostro parere, esso non può mancare di “trasformare il destino” di ogni singolo quartiere, elevare la qualità della vita e diffondere un sentimento di appartenenza tra i residenti per la costruzione di una vera comunità di anime.

Per fare questo, le disposizioni del PUC debbono essere necessariamente precise e univoche, armoniche e concordanti, evitando ogni possibile incertezza in grado di “fondere e confondere” le scelte e compromettere, così, il conseguimento dell’obiettivo.

Purtroppo, dalla lettura della relazione di revisione 2018, a parte la dubbia decisione della invarianza del carico edilizio nonostante il negativo andamento demografico, abbiamo tratto il convincimento che siano state privilegiate decisioni idonee a favorire una destinazione “fusa e confusa” delle aree per “far fare tutto dappertutto”. Una sorta di liberalizzazione perché “tutto sia lecito” a semplice domanda.

Tale orientamento appare inequivocabile nella disciplina delle strutture turistico-alberghiere alle quali, peraltro, viene riconosciuta la qualifica di attività di “pubblico interesse”.

Infatti, nell’art. 74 delle Norme Tecniche di Attuazione (NTA), si dispone la “libertà di realizzazione” delle strutture in tutte le “zone omogenee” in cui è ripartita la Città (A: parte storica, B: nuova, C: da sviluppare, D: produttiva, F10: litoranea, esclusa la sola E: agricola), nonché nelle specifiche Aree di Trasformazione, pure se con quote proporzionali di destinazione.

A noi appare “buono e giusto” che si distribuiscano i B&B, le pensioncine e le case-vacanze in giro per il territorio, ma riteniamo di non poter condividere la scelta di far costruire alberghi in ogni luogo perché non apporterebbero alcuna particolare “utilità”, neppure in termini sociali.

Ci spieghiamo.

La nostra Città ha iniziato ad esercitare forza attrattiva nei primi anni ’90 con l’avvio, finalmente, della riqualificazione della parte antica, con la valorizzazione delle memorie romane, longobarde e medioevali, e con il rilancio delle produzioni artistiche tradizionali.

Tali azioni, però, sono state immotivatamente interrotte dopo aver recuperato solo una parte delle ricchezze storiche, certamente idonee ad attrarre visitatori, ma numericamente insufficienti a giustificare flussi turistici “stanziali” oltre il pernottamento di un fine settimana. La Città si visita, al massimo, in una giornata. Siamo diventati luogo di “fermata”, anche “fai da te” con la mappatella in mano, e di “passaggio” verso le Costiere.

Guardiamo i dati.

In Città sono disponibili 10 alberghi (il Baia è a Vietri) per complessivi 1.319 posti letto. Sono individuate, poi, altre 421 attività ricettive “diverse” per 2.107 posti letto. Quindi, in totale, abbiamo 3.426 posti letto (fonte Istat 2017).

La rilevazione delle presenze ci dice che, nel 2017, la percentuale di  occupazione su base annua è stata di circa il 54% con un totale di presenze, alberghiere ed extra-alberghiere, pari a 674.000 unità, di cui circa 300.000 straniere (Fonte EPT 2017). Non minime, ma certo non esaltanti, visto che siamo a un poco più della metà dei visitatori della Città all’ultimo posto tra le 50 più visitate d’Italia (Rosolina (!), 1.080.000). E non parliamo della classifica tra le più accoglienti.

E, allora, perché investire in una Città con simili risultati?

Non siamo un centro balneare. Le nostre spiagge non sono utilizzabili per un soggiorno marino sia per previsioni di Legge (presenza di porti e corpi inquinanti) sia per le condizioni del litorale e del mare (*). Non siamo Dubai, e non lo saremo mai.

Né siamo un centro di lavoro e di affari. Le aziende sono pochissime e i convegni e i congressi di un certo rilievo si contano neppure su una mano.

L’unico motivo che può giustificare permanenze più lunghe di un pernottamento ci sembra sia quello dell’utilizzo della Città come base per escursioni verso le Costiere, Amalfitana e Cilentana, con partenze dal Masuccio e dal Molo Manfredi. In effetti, i mesi con maggiori presenze sono Luglio e Agosto, con massimo tre pernottamenti, per un totale di 344.000 unità, circa la metà dell’anno (fonte EPT).

E, così, non possiamo stupirci se l’ultimo albergo realizzato risale a circa dieci anni fa e se è mancata, ad oggi, la struttura prevista al Marina di Arechi che, comunque, avrebbe la funzione di foresteria per i “vagabondi del mare”. Ma lì, comunque, non è mancato solo l’albergo.

E non si può certo pensare di esercitare forza attrattiva con nuove strutture alberghiere nei pressi della zona industriale o, addirittura, nell’area del Capitolo San Matteo, in piena desolazione, con affaccio sulle vasche di acque nere e con odori non propriamente mediterranei. Sarebbero luoghi di deportazione per i turisti, “corpi estranei” per la Città e attività poco proficue per l’investitore: chi andrebbe a dormire a 4/5 Km di distanza dal centro per fare una levataccia, prendere un taxi, un’auto o la Metro per arrivare nei porti?

All’opposto, noi siamo convinti che i flussi possono crescere solo se decidiamo fermamente di dare vita e risalto alla nostra storia, unica vera risorsa immediatamente spendibile, portando i viaggiatori nel “centro del Centro” e facendo scorrere la linfa dagli attuali attrattori (lungomare, San Pietro a Corte, Duomo, Giardini della Minerva e Castello di Arechi (per chi riesce ad arrivarci) verso le Fornelle, il Duomo, Via Tasso, Porta di Ronca, largo Scuola Medica, San Lorenzo, via San Massimo, Montevergine e, ancora più su, fino a via de Renzi e al Conservatorio, con vista su tutto, alla scoperta di una Città che è ricca, comunque, di Storia e di Cultura.

Per far crescere i flussi, “il turismo deve vivere la Città” e la “Città deve vivere il turismo”.

In Città ci sono luoghi idonei per nuove strutture alberghiere. Pensiamo agli “edifici mondo”, così colpevolmente abbandonati, e, poi, ai fabbricati dell’ex Convitto Pascoli e della ex Clinica Villa Medici, dotati di posizione, esposizione, giardini e spazi esterni, e dell’ex Astra.

E non sono gli unici. Quanti palazzi abbandonati sono nella parte antica?

Certo, si tratta di strutture anche private. Ma l’utilizzo in chiave turistica non sarebbe economicamente meno vantaggioso di una diversa destinazione. La ex Villa Medici potrebbe essere più utile alla Città in veste di albergo rispetto alla prevista destinazione a sede di uffici pubblici.

Le strutture turistiche “dentro la Città” avrebbero anche l’effetto collaterale di favorire una nuova “cultura dell’accoglienza” con riferimento, in particolare, alla conoscenza della lingua inglese nei locali commerciali e tra i vigili municipali, alla cura del decoro dei luoghi, alla pulizia dei rioni, alla qualità dell’arredo, fino alla disponibilità di servizi igienici dignitosi.

Fondere e confondere strutture e luoghi, è come fare il minestrone nell’orto, non nel piatto. Il nonno non sarebbe d’accordo.

Questa Città ha bisogno di amore.

 

e.mail: associazione.iosalerno@gmail.com

pagina fb: Associazione io Salerno

 (*) cfr. commento del 30/01/2018: “a zonzo” per Capitolo San Matteo.

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6 COMMENTI

  1. Immagino che il nonno, nella cura con cui distribuiva i semi nel suo orto modello, ponesse anche particolare attenzione a predisporre un efficace e funzionale sistema di irrigazione. In assenza di esso o con una parziale o irrazionale distribuzione, anche la più perfetta semina sarebbe risultata poco fruttuosa.
    Fuori metafora, per una città l’irrigazione è fornita dai servizi che devono essere strutturati in maniera più funzionale ed efficiente possibile.
    Sono tali ad esemplo in questa città i servizi facenti capo all’Amministrazione comunale? Direi di no, facendo riferimento intanto alla ubicazione sul territorio. Qualcosa a via Madonna di Fatima, altro a via Picarielli, altro a via VI Settembre 1860, altro a Fuorni, ecc. Ubicazioni anche difficili da raggiungere, senza una segnaletica di prossimità che possa indirizzare l’utente costretto a chiedere informazioni a persone di buona volontà.
    Allora, se realmente esistono edifici non utilizzati ma idenei per altre destinazioni d’uso, credo che sarebbe di gradimento della cittadinanza pensare anche a soluzioni che, con idonei interventi, consentano di avere un più razionale e agevole accesso ai servizi comunali.

  2. CONCORDO PERFETTAMENTE CON LE CONSIDERAZIONI FATTE NELL’ARTICOLO. DEVO GIUNGERE ALLA CONCLUSIONE CHE L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE AGISCA PER FINI DIVERSI DA QUELLI CHE INTENDE PERSEGUIRE L’ASSOCIAZIONE IO SALERNO IL CUI PENSIERO, RITENGO, SIA DETTATO DA COERENZA, PUREZZA E LINEARITA’

  3. L articolo conferma quanto questa città possa diventare un luogo di ritrovo per grandi e piccoli…ma soprattutto x i piccoli che hanno bisogno di giocare nei propri quartieri con spazi verdi e non pericolosi….tutto ciò rimane un sogno…anche perché purtroppo nella nostra città regna una inciviltà devastante in merito a pulizia e rigore

  4. esistono palazzi stupendi( un solo esempio palazzo d’Avossa) con sale spettacolari che neanche i salernitani conoscono, si dovrebbero creare dei musei( uno che raccoglie l’arte della ceramica di tutta la costiera) rispolverare e riammodernare quelli esistenti, mettendo personale che conosca il valore di ciò che vi è dentro e parli inglese.
    Serve una app che accompagni il turista sui vari luoghi di interesse artistico storico e culturale.

  5. Il turismo è una cosa seria e non ammette improvvisazioni. Una città che intende qualificarsi come turistica deve badare anche a dettagli che possono apparire insignificanti ma che agli occhi del visitatore esterno risultano subito indicativi. Ovvio che pulizia delle strade, marciapiedi e manti stradali ben tenuti, segnaletica verticale e orizzontale, assenza di graffiti e altre amenità che imbrattano gli edifici, sono gli indicatori più evidenti che colpiscono chi arriva in una città.
    Non vanno trascurati tuttavia anche altri importanti segnali.
    Qui a Salerno mi limito a segnalarne due, ma sono tanti quelli mensionabili di analoga natura.
    Da quanto tempo i ruderi retrostanti la Casa del Combattente e il Teatro Pasolini offrono quello spettacolo desolante a chi proviene da via S. Pertini o dal lungomare? Cosa blocca la loro demolizione?
    E sul lungomare, il mantenimento dei vecchi binari serve per ricordare ancora una infrastruttura di archeologia industriale? Dovrebbero essere rimossi quanto prima, anche per concellare la memoria di una tratta ferroviaria inopinatamente concepita a servizio del porto, nonostante il suo tracciato su un percorso pedonale destinato al passeggio dei cittadini.

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