L’eterna questione curda e la Turchia (di Cosimo Risi)

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A colpi di tweet il Presidente americano ridisegna la mappa del Medio Oriente. Sembra che la procedura sbrigativa con cui annuncia le decisioni non piaccia al Pentagono, che si troverebbe così scoperto dal Comandante in Capo mentre sta eseguendo strategie diverse.  Il Presidente corre ai ripari con altri tweet, il che confonde ulteriormente le idee.

E’ definitivo l’ordine di ritirare progressivamente le truppe dal teatro siriano, il che viene interpretato a Ankara come il via libera all’invasione del nord del paese per spazzare via quella che i turchi classificano come sacca di terroristi curdi.

La decisione americana  di ritirare il contingente era nell’aria da tempo ed è coerente con le promesse elettorali del candidato Trump. Una delle quali riguardava il progressivo disimpegno da certe zone di crisi la cui gestione andava lasciata ai soggetti locali. Il che ha consentito  il ritorno in grande stile della Russia a difesa del regime di Bashar Al-Assad a Damasco, dopo che la comunità internazionale ne aveva chiesto l’allontanamento come precondizione negoziale.

Ankara punta a creare una zona cuscinetto di molti chilometri quadrati, in cui reinsediare parte dei profughi siriani ospitati nel paese. Circa due milioni sugli oltre tre che si sono rifugiati oltre confine allo scoppio della guerra civile e della creazione del cosiddetto Califfato dell’ISIS – DAESH.

Parte dei profughi proseguì la fuga verso l’Europa. Per arrestare il flusso al di fuori dei confini, l’Unione concluse l’intesa con la Turchia a suon di miliardi di euro affinché li trattenesse sul posto. L’intesa fu criticata da certi ambienti umanitari perché le condizioni di accoglienza in Turchia non erano idonee. Furono proteste di breve periodo, prevalse il sollievo per lo scampato pericolo di ulteriori arrivi cui, per ragioni umanitarie,  non si sarebbe potuto opporre il rimpatrio.

Nella zona interessata opera l’YPG (Yekineyen Parastina Gel, Unità di Protezione Popolare), l’esercito curdo che si è distinto nell’alleanza con l’Occidente nel combattere il Califfato. Alle truppe maschili fanno pendant le truppe femminili, a riprova che in battaglia la parità dei generi è assicurata.

L’esercito curdo rischia di essere spazzato via dall’offensiva turca, il conflitto sta provocando una nuova ondata di profughi che stavolta non sarebbero bloccati in Turchia ma proseguirebbero verso l’Unione attraverso i Balcani e la Grecia.

Trump però smentisce che il ripiegamento del contingente americano significa luce verde all’offensiva turca, minaccia sanzioni se la macchina militare non si arresta, denuncia come provocazione gli ordigni lanciati contro le truppe americane a mo’ di avvertimento. La precisazione non è ascoltata a Ankara,  le operazioni continuano.

Cosa possono fare allora le milizie curde? Ripiegare verso il centro della Siria sotto il controllo di Damasco e cercare un compromesso con Assad? Combattere fino all’ultimo uomo e ultima donna come nell’epopea di Masada al tempo dei Romani? Cercare la protezione della Russia che resta il solo attore globale  sul terreno? Quest’ultima opzione darebbe a Mosca un ulteriore riconoscimento di terzietà ma la metterebbe in tensione con Ankara dopo la faticosa riconciliazione.

L’YPG potrà contare sull’aiuto dell’Europa quanto meno riluttante, al di là delle scontate dichiarazioni a favore di una soluzione negoziata e del blocco delle forniture di armi. Un blocco i cui effetti si vedrebbero a medio termine quando presumibilmente i giochi sul terreno saranno fatti.

Il precedente del 2015 è significativo.  Ora come allora l’Unione potrebbe mettere mano alla cassa presentando l’aiuto come diretto all’assistenza dei nuovi profughi. E’ il dilemma del diavolo.

Cosimo Risi

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