La “lezione” ai tempi del coronavirus (di Giuseppe Fauceglia)

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Il necessario ed opportuno blocco, disposto dal Governo, alle lezioni scolastiche ed universitarie (per ora, sino al 3 aprile), ha comportato la moltiplicazione di  iniziative per l’organizzazione delle lezioni con strumenti telematici. In questi giorni di forzato ritiro, ho riletto qualche pagina della straordinaria opera  di Oswald Spengher, “Il tramonto dell’occidente”, edizioni Aragno, con la splendida traduzione ed introduzione di Giuseppe Raciti (ai tempi del liceo avevo già avuto modo di “scoprire” Spengher, tradotto e commentato per Longanesi da Julius Evola), avendo modo di apprezzarne il tratto profetico.

Vorrei partire da questa riflessione per giungere alla vertiginosa trasformazione della vita quotidiana, che fa sembrare l’individuo “concreto” sempre più spaesato e superato, estraneo in una realtà in cui l’artificiale (ovvero la tecnica) sta diventando sempre più “la natura dell’uomo”.

Questo virus subdolo, che si insinua nelle nostre vite e nella società come un serpente, dopo circa quaranta anni di insegnamento nell’università, mi ha posto di fronte alla necessità di rinunciare alla tanto vituperata lezione “dialogica” e, in parte, “frontale”, per utilizzare il freddo (e, ritengo, pedagogicamente inutile) strumento telematico, come apprestato per le lezioni a distanza.

Invero, l’istruzione, parlata o messa in atto attraverso la parola e la dimostrazione esemplare in un unico locus (l’aula o il peregrinare peripatetico) è antica come la cultura occidentale, che a sua volta trova le radici in Empedocle, Eraclito, Pitagora o Parmenide. Il “maestro” parla al discepolo, da Platone a Wittgenstein, e l’ideale della verità vissuta è stato sempre un ideale di oralità, consistente nel rivolgersi all’altro e di ottenere risposte “faccia a faccia” (Steiner, La lezione dei maestri, Feltrinelli).

Ed è proprio questo rapporto “personale” (l’insegnamento autentico è sempre una vocazione) tra allievo e maestro a suscitare curiosità reciproche, interrogativi, soluzioni a problemi. Quanto volte prestando un libro  o fermandomi a fine lezione ho avuto la fortuna di consentire agli studenti di avvicinarsi alla materia, in tal modo costruendo quella comunità (come amava definirla il mio Maestro) basata sulla comunicazione, su una coerenza di sentimenti condivisi e finanche di rifiuti.

Il processo di seduzione, volontario o accidentale, che presiede la conoscenza, resta sempre connesso all’insegnamento orale e frontale o dialogico (comunque sempre svolto contestualmente nello stesso luogo fisico)   ovvero all’incursione nell’altrui sfera cognitiva mediante una persuasione (il discorso esoterico di Pitagora), così trasformando la conversazione nel dialogo e nell’empatia.

Conosco già le vostre obiezioni e, in parte, le condivido: i professori si sono lentamente trasformati in modesti burocrati al servizio della gestione commerciale o aziendale della Scuola o dell’Università; spesso i corsi universitari si riducono ad una noiosa, superficiale e svogliata ripetizione dell’esistente; si assiste ad un egoismo autoreferenziale e  narcisistico, se non pericolosamente intriso di veri e propri interessi personali,   da parte dei docenti universitari, specie di quelli – e diciamolo chiaramente !! – che non hanno “sudato” per raggiungere la meta, e per i quali la presunzione è di molto superiore alla loro modestia.

Orbene, credo che questa “comunità di destino” (perché finalizzata a creare il futuro del Paese) non possa costruirsi sulle lezioni a distanza e con modalità telematiche; dall’altra parte del video spesso c’è il vuoto; non vi è nessuno con il desiderio (vero) di partecipare ad una comunità educativa, o, almeno, desideroso di apprendere gli ormai pochi rudimenti che consentono di superare l’esame; nessuno desideroso di misurare i propri limiti o la propria preparazione oppure sollecitare domande o risposte (quanta linfa  alle mie ricerche hanno dato i quesiti degli studenti più bravi !!).

Gli studenti hanno “diritto” specie in questo tragico frangente, di fruire le lezioni con lo strumento telematico, ma, nel contempo, hanno il dovere di seguirle e di studiare: pretendere diritti e negare doveri finisce per accelerare  quella frantumazione individualistica che ormai caratterizza il nostro tempo oppure quella preoccupante e diffusa indifferenza per il senso del dovere che ha prodotto la  crisi di legittimità nei confronti di tutte le forme di autorità (sociale, pedagogica o familiare).

Ai giovani voglio ancora una volta ricordare che il sapere si pone di per sé come un ostacolo al delirio dell’onnipotenza del danaro e dell’utilitarismo. Ogni cosa ha il suo prezzo, un politico, un giudice, un professore universitario, un funzionario (come ricorda nel suo bel libro Nuccio Ordine, “L’utilità dell’inutile”, Bompiani), ma non la conoscenza, nessuno potrà comprare al nostro posto quel faticoso percorso che ci permetterà di apprendere.

Allora, un vecchio docente come me, sul viale del tramonto in un mondo che riconosce non più appartenergli, vi raccomanda di profittare della pandemia, per studiare, per utilizzare ogni mezzo possibile al fine di apprendere, di avere fiducia e, soprattutto, di non pensare (ma qualche volta, anzi spesso, anche io cado nel peccato !) che il modo sia tutto “raccomandazione” e “compromesso”. Forse, dopo tanti anni ancora sogno, ma cari giovani che anche quest’anno seguirete il mio corso, questa volta telematico, vi prego di non deludermi.

Giuseppe Fauceglia

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