Al capolinea: controstoria dell’Unione europea (di A. Giubileo)

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Ieri su la Repubblica è apparso un interessantissimo articolo di Massimo Cacciari sui fondamenti e la crisi delle democrazie “europee” e “occidentali”. La democrazia europea nasce dalla sintesi delle diverse istanze, che hanno caratterizzato la seconda metà del secolo scorso e l’inizio di questo, del liberalismo e del socialismo.

Cacciari fonda la sua ricostruzione filosofico-politica, risalendo indietro nel tempo all’intuizione del “socialismo liberale” di Rosselli e ritenendo la generalizzata crisi odierna frutto di un’“impetuosa corrente di proletarizzazione del ceto medio”.

E in effetti, anche a partire dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, questa è comunemente ritenuta la causa maggiore della crisi: la scomparsa o comunque l’indebolimento progressivo del ceto medio. Così che la tesi di Cacciari non può che meritare numerose altre conferme.

Oggi, l’“europeismo”, quello che potremmo definire “di maniera”, può a ragione essere considerato una forma di malattia senile del liberalsocialismo. Più volte siamo tornati su quel famoso saggio di Fukuyama dal titolo italiano La fine della storia e l’ultimo uomo edito nel 1992 ma preceduto da un intervento del 1989 scritto dall’autore immediatamente prima della caduta del muro di Berlino.

Nell’intero saggio, l’autore parla di “fine della storia” quale percorso che, nell’attualità del nuovo Occidente liberato dal comunismo, conduce al definitivo progresso della civiltà – idea di matrice illuminista e socialista – e di “ultimo uomo” quale espressione dell’uomo adulto che, in piena libertà di pensiero e azione, esce definitivamente dallo stato di minorità intellettuale imputabile a se stesso – come aveva scritto Kant in Che cos’è l’illuminismo?

Dopo quasi trent’anni, sappiamo o quanto meno scorgiamo come possa andare a finire. Com’è sempre accaduto, la Storia ha iniziato a invertire il proprio senso di marcia. Più comunemente, l’europeismo è diventato un guscio vuoto, una “scorza mistica” – avrebbe detto Hegel – che nasconde la sostanza di un fallimento. E cioè l’idea di un’Europa unita, forte, libera e solidale.

Ma, è vero fallimento? Oppure, come si ripete da oltre un decennio con riferimento agli effetti della crisi dei mutui subprime del 2007, è soltanto vera crisi? Tuttavia, sappiamo che se al pensiero e alle parole non segue l’azione, l’idea non serve a costruire né un presente né un futuro. E allora possiamo pensare di “invertire la impetuosa corrente della proletarizzazione del ceto medio”, ma la democrazia liberale costa d’innumerevoli altri sforzi, e in particolare sacrifici che in molti non sono e non siamo disposti a compiere.

In settimana, si è aperto l’attuale semestre dell’Unione europea a guida tedesca. Non certo sotto buoni auspici, a causa del Covid-19, della perdurante difficoltà di elaborare una risposta pienamente condivisa degli stati-membri, e dell’annuncio della Merkel che, a distanza di circa 4 anni, in definitiva non sarebbe possibile alcun accordo sulla Brexit. Amaramente, possiamo anche concludere: finis coronat opus. Speriamo di sbagliarci.

Angelo Giubileo

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