John Le Carré, il mito di Global Britain, la realtà di Brexit (di Cosimo Risi)

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John Le Carré, all’anagrafe David Cornwell, ci ha lasciato il testamento politico e letterario, degno della sua fama di grande scrittore inglese degli ultimi cinquanta anni.

Così grande da meritare il Nobel, parere di Ian McEwan, che i giurati di Stoccolma gli hanno sempre negato per averlo etichettato da autore di genere, la spy story, che con lui è divenuta metafora e scuola delle relazioni internazionali.

Nell’ultimo titolo edito in Italia (La spia corre sul campo, Mondadori, 2019) esterna il suo pensiero su Brexit, sulla classe dirigente conservatrice, sulle vestigie di quel che resta dell’Impero britannico, alla sua maniera ironica e distaccata, da autentico  sense of humour britannico.

La tirata verso il populismo dei Conservatori, che conquista le classi meno avvertite con messaggi semplicistici, è affidata al protagonista Nat. Questi è un reclutatore di agenti sotto copertura e dunque per professione e, fino a un certo punto, per convinzione è fedele al Governo di Sua Maestà.

Per Nat: “la Brexit rappresentava da tempo un problema serio. Sono nato e cresciuto in Europa… e sul continente europeo mi sento a casa come a Battersea [per non parlare della] più ampia questione della supremazia bianca nell’America di Trump.”

La procedura di recesso si è conclusa alla vigilia di Natale, troppo tardi perché Le Carré ne vedesse l’esito. Quattro anni e mezzo di trattative serrate (“aspre”, nel giudizio del negoziatore europeo), sempre sul filo della rottura per l’abitudine del Primo Ministro britannico di mettere in discussione le intese interinali, ad esempio sul confine intra-irlandese.

L’ultimo scatto non è dovuto tanto alla sapienza negoziale delle parti quanto alla turpe visione di chilometri di camion bloccati a Calais per rifornire il Regno Unito delle vettovaglie per le feste. L’insularità britannica ne è uscita esaltata. L’Europa unita è autosufficiente su molti fronti, il Regno Unito no.

Il deal entrerà in vigore l’1 gennaio 2021 e comporterà limitazioni specie al movimento delle persone. Finita l’epoca degli europei che vanno a cercare un lavoretto a Londra quale che sia per perfezionare l’inglese e mantenersi agli studi. Ora bisogna avere previamente un contratto di lavoro con una dotazione annua congrua. Le merci si scambieranno liberamente.

Preoccupazioni susciteranno i servizi finanziari se Londra dovesse trasformarsi in una sorta di paradiso fiscale in seno all’Europa. Ed infatti l’ex Commissario all’Economia Pierre Moscovici mette in guardia da una prospettiva del genere, che potrebbe minare la tanto sospirata politica fiscale europea.

Ora sta a Johnson, fautore dalla prima ora del recesso, che la scelta è vantaggiosa per il popolo britannico e non solo per la sua élite conservatrice e sovranista. Gli verrà a mancare la sponda americana. Non che Trump, a parte gli incoraggiamenti di facciata, fosse particolarmente amichevole nei confronti del Regno, ma almeno ne condivideva il giudizio circa l’inutilità  dell’Unione europea.

L’approccio di Biden e del suo Segretario di Stato (cresciuto in Francia e di origini ebraiche) dovrebbe essere diverso. Certo, non si torna all’America che rimpiazza l’Europa anche nei compiti essenziali. Sarà probabilmente un’America che punterà alla neutralità ambientale ed alla diversa calibratura dei rapporti transatlantici.

I primi segnali da Bruxelles inducono a moderato ottimismo. La scelta del giorno della vaccinazione comune a tutti gli stati membri, soprattutto l’approvazione di Next Generation EU, un flusso di risorse che, se ben spese, dovrebbe trainare l’economia continentale fuori dalle secche. E poi la riscoperta della ricerca. Tutti a lodare il fatto che il vaccino sia stato approntato rapidamente. Questo non resti un caso isolato, indichi la tendenza alla globalizzazione della ricerca.

di Cosimo Risi

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