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In principio fu il Trattato dell’Eliseo del 1963, aggiornato dal Trattato di Aquisgrana del 2019. Con i due documenti Francia e Germania dichiararono cessate le ostilità del XX secolo e cementarono l’asse che li trasformò in motore dell’integrazione europea. L’Italia stava allo specchio, con comprensibile invidia verso i due già nemici e ora amici. Subiva le loro proposte come decisioni destinate a indirizzare il cammino della Comunità – Unione.

Ecco spuntare nel 2017 l’ipotesi di un patto italo-francese. Prese il nome, prima mediatico e poi di fatto, di Trattato del Quirinale. Il riferimento al Trattato dell’Eliseo è palese. Il nome formale è Trattato tra la Repubblica italiana e la Repubblica francese per una cooperazione bilaterale rafforzata. Gli “acerrimi amici” (Corrado Augias, la Repubblica) decidono di cancellare l’aggettivo per lasciare il sostantivo nella sua pregnanza.

Roma e Parigi sono capitali amiche malgrado le innumerevoli incomprensioni e le riserve, specie da parte italiana, sulla pretesa volontà francese di prevaricare. Gli acquisti francesi in Italia non si contano, e riguardano sia i settori dell’alta tecnologia (TIM) che il lusso e persino l’enologia simbolica (Biondi Santi).

La svolta è cruciale e risponde ad esigenze profonde e congiunturali. I due massimi dirigenti sono in cerca di una riaffermazione. Emmanuel Macron gioca in primavera la carta della rielezione, avendo di fronte un candidato (Eric Zemmour) o una candidata (Marie Le Pen) della destra. Vorrebbe così continuare la diuturna campagna avverso i nazionalisti–sovranisti. Altri cinque anni all’Eliseo lo consacrerebbero a leader europeo, in luogo di Angela Merkel.

Mario Draghi consolida il profilo da Presidente della BCE e si proietta verso il Quirinale o il Palazzo Berlaymont, quando nel 2024 scadrà il mandato di Ursula von der Leyen.

Sul Trattato pesa l’incognita tedesca. Il prossimo Cancelliere Olaf Scholz si è allenato in Europa da Vice Cancelliere e Ministro delle Finanze di Merkel. Nell’incarico ha resistito alle lusinghe dei rigoristi del Nord per condividere la linea di apertura sul debito. Nella coalizione “semaforo” gli Esteri sono affidati alla Verde Baerbock e le Finanze al Liberale Lindner. Due incognite lungo il percorso di Scholz.

Lindner in particolare farebbe tenere un ritorno all’arcigno passato e getterebbe un’ombra sulla revisione del Patto di Stabilità e Crescita e sulla cronicizzazione di Next Generation EU. Scholz sarà dunque chiamato a moderare le prevedibili resistenze del suo Ministro. Sull’atteggiamento di Berlino non potrà che pesare l’intesa italo-francese. Fra i seguiti del Trattato si prevede infatti un documento congiunto, aperto ad altre delegazioni, sul superamento della vecchia austerità.

Il Trattato prevede le cooperazioni rafforzate fra i Ministeri Esteri e Interno, specie nei settori chiave delle migrazioni e del Mediterraneo. Sulle migrazioni la posizione comune non è semplice da raggiungere. Basti pensare che Parigi mantiene la deroga, che avrebbe dovuto essere provvisoria, nell’applicazione del regime Schengen. Un modo per controllare gli afflussi indesiderati dalla frontiera italiana. Draghi dischiara coerentemente che l’Unione è stabile se ha frontiere esterne sicure.

In Libia le due Parti dovrebbero evitare gli sgambetti a favore della concertazione. Si tratta di consolidare il processo avviato dal Governo provvisorio per dare vita ad uno stato viabile.

Si apre la classica prateria davanti ai due attori. La Francia ha di necessità la prospettiva più ampia, può infatti giocare anche sui fronti ONU e Indo-Pacifico. In seno all’Europa si pone come centrale sia rispetto alla Germania, l’asse con Berlino non esce intaccato, e sia rispetto all’Italia e alla Spagna. Madrid sarà prevedibilmente invitata a partecipare al gioco.

Il tutto in chiave di contenimento del nazionalismo – sovranismo quale espresso da alcuni Governi (Budapest, Varsavia) e dai partiti europei loro affini.

di Cosimo Risi

 

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