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Il sole riscalda nonostante sia dicembre inoltrato, invita la mente a formulare nuovi progetti.

La piccola spiaggia e le case con i piedi nella sabbia, a pochi passi dalla battigia.

Sembra uno di quei paesini cullati dall’acqua, sparsi per il mondo, dove vorresti vivere per sempre, invece, questo angolo dimenticato dal tempo, è nel cuore della mia città, Salerno.

Un porticciolo, barche di legno solido colorate di rosso e blu, qualche pescatore che lavora alle reti, lo sciabordio delle onde a riva, ed un piccolo bar. Quiete.

Chiacchieriamo rubando un breve spazio temporale alla routine e ai doveri, sorseggiando un caffè.

Parliamo di libri, di uomini, di viaggi, di progetti da realizzare.

Ci siamo conosciuti da poco, ma siamo subito entrati in sintonia di pensieri, in modo discreto, non con l’esuberanza della gioventù, ma con la discrezione e saggezza dei non più giovani.

Antonio è un artista: pittore e disegnatore. Mi parla del suo lavoro e dei suoi schizzi: tratti d’inchiostro decisi che raccontano di gente in movimento, audace, alla ricerca del futuro, ed ancora di acrilici sbiaditi, incontro di mille colori che narrano su tela di esperienze passate. Mi mostra immagini di cavalieri, giochi, cortei, principesse, cavalli a dondolo, fate, duchi, viceré, tutte raccolte nel suo libro “Giù alla Vicaria”. Mi racconta, infine, del suo monumento a Pinocchio simbolo del bellissimo parco per bambini lungo l’Irno.

Ne ha disegnati tanti di “pinocchi”, è un personaggio che ama particolarmente, forse perché si fa carico sulle sue esili spalle e con il lungo naso di legno di tutte le bugie degli uomini.

Dal bar giunge una musica lenta.

Antonio si sofferma a guardare il mare; rimaniamo per un poco in silenzio. Poi si aggiusta il berretto, raddrizza gli occhiali, come se volesse mettere a fuoco le parole e riprende a parlare, sempre con tono pacato. Mi racconta i suoi timori per il Covid. Si chiede quando ritorneremo a una vita normale. Condivido i suoi pensieri ed aggiungo: “Si è vero siamo nel bel mezzo della nuova ondata, ma con le vaccinazioni effettuate la malattia è molto meno aggressiva, i ricoverati si sono ridotti notevolmente sia nei reparti di degenza che nelle terapie intensive.

Pensa che in Campania il giorno 17 dicembre del 2020 c’erano 119 ricoverati in terapia intensiva mentre quest’anno (stessa data) sono solo 33, nonostante i contagi siano circa il doppio e purtroppo pare siano in salita.

Anche i deceduti sono stati solo dieci rispetto ai 48 dell’anno scorso. Cosa ancor più importante è che la stragrande maggioranza dei pazienti che versano in condizioni peggiori sono non vaccinati, per cui dobbiamo continuare a vaccinarci ed è soprattutto importante convincere gli scettici.”

Ritorniamo ad osservare i riflessi del mare, che giocano a formare immagini surreali.

Antonio riprende a parlare nuovamente: mi racconta dei suoi amici. Con la memoria va agli anni che precedono la guerra e mi riferisce di Luigi Compagnone, Enzo Striano, Luigi Incoronato. Descrive i loro giorni in maniera vivida. Sono racconti di vita passata, ma che hanno fortemente contribuito alla storia della letteratura del 900.

Gli luccicano gli occhi, sono gli anni della giovinezza, delle speranze, dei progetti. Mi racconta, infine, del libro di Incoronato “Scala a San Potito”, forse il libro più amaro e buio mai scritto su Napoli: la disperazione della guerra, l’impossibile ricerca del lavoro e la speranza del riscatto sociale.

Lo ascolto attentamente poi, per un attimo lascio il racconto dell’amico e vado ai miei anni d’università a Napoli. Mi ritrovo per quelle scale, proprio per quelle di S. Potito, a cui sono ancora oggi particolarmente legato.

Il ricordo è di quando avevo poco più di venti anni e dalla pensione in cui vivevo, in via Salvatore Tommasi, quelle scale mi conducevano ogni giorno giù, al Museo, dove prendevo l’autobus, il 135 nero, per raggiungere la facoltà di Medicina. Non conoscevo quel libro, avrei sicuramente cercato di leggerlo.

Ritorno al presente. Antonio ha smesso di parlare. Rimaniamo a lungo ad osservare i pescatori sulla spiaggia e il mare. Inseguiamo con lo sguardo le coste fino a Palinuro a sud e a punta Campanella e Capri a nord. Poi Antonio apre il libro di poesie del poeta turco Nazim Hikmet che ha con se e legge:

“Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti / arrivederci fratello mare / mi porto un po’ della tua ghiaia / un po’ del tuo sale azzurro / un po’ della tua infinità / e un pochino della tua luce / e della tua infelicità. / Ci hai saputo dir molte cose / sul tuo destino di mare / eccoci con un po’ più di speranza / eccoci con un po’ più di saggezza / e ce ne andiamo come siamo venuti / arrivederci fratello mare”.

Chiude il libro, gli sorrido. Ci alziamo e, voltando le spalle al sole, sempre senza parlare, mentre un gatto pigramente attraversa la strada, andiamo via. Ritornato a casa vado subito al computer, cerco e trovo su eBay il testo di Incoronato: “Scala a San Potito”. Lo acquisto.

Dedicato ad Antonio Petti.

Enzo Capuano

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