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Bologna qualche anno fa.

Uno dei tanti congressi dei quali oggi ho una gran nostalgia.

Nel tardo pomeriggio, dopo l’ultima sessione, con Raffaele, collega ed amico, ci ritrovammo a passeggiare, protetti dai portici, lungo via Dell’Indipendenza.

Chiacchierammo di vari argomenti e considerai come Raffaele fosse una di quelle persone che hanno sempre qualche idea loro da darti e qualche idea tua da farti germogliare in mente. Poi per un po’ rimanemmo in silenzio. Raggiunto l’angolo di via Manzoni realizzai che a pochi passi, lungo quella strada, si ergeva Palazzo Fava.

Raccontai che in quel palazzo, insieme a mia moglie, non molto tempo addietro, avevamo ammirato, in una manifestazione estemporanea che raccoglieva numerosi capolavori del Museo Mauritshuis, il dipinto di Vermeer “La ragazza con l’orecchino di perla”.

Non gli nascosi che rimanemmo difronte a quel dipinto per un’infinità di minuti e ci emozionammo profondamente. All’uscita, quasi per caso, avemmo un’altra profonda suggestione.

Entrammo a Palazzo Sanguinetti dove è collocato il Museo della musica. Mentre visitavamo le sale, splendidamente affrescate, che ospitarono anche Gioacchino Rossini, la musica soffusa saturava ogni spazio, donandoci sensazioni uniche. Erano gli studenti dell’accademia che si esercitavano.

Il palazzo, con i suoi incunaboli, i preziosi manoscritti, i libretti d’opera custodisce una delle raccolte più prestigiose di musica a stampa dal ‘500 al ‘700. Conserva, inoltre, una singolare raccolta di autografi e lettere, frutto di un carteggio tenuto da Padre Martini, padre spirituale del Museo, con personaggi eminenti, studiosi e musicisti d’epoca. Infine offre una ricostruzione fedele del laboratorio del famoso liutaio bolognese Otello Bignami.

Raffaele mi ascoltò con attenzione poi parlammo del valore della ricerca e della medicina basata sull’evidenza che da anni ci stava regalando molte certezze.

Entrammo in libreria acquistammo dei libri e lui tra gli altri comprò un minuto volume dalla copertina rossa della collana Piccola Biblioteca della casa editrice Adelphi Il dottor Semmelweise me lo regalò; “Questo libro di Céline, medico e scrittore francese, è molto interessante” mi disse, porgendomelo, tienilo come ricordo di questa passeggiata.

Céline racconta la storia di un medico Ungherese, Semmelweis appunto, che a metà dell’ottocento lavorava nell’Ospedale di Vienna. Il giovane intuì che la febbre puerperale è una malattia infettiva che viene trasferita da un corpo all’altro a seguito del contatto; ipotesi straordinaria per l’epoca.

L’idea gli venne osservando i medici e gli studenti che praticavano l’autopsia delle donne decedute e che immediatamente dopo si dedicavano alle partorienti. Suppose che erano proprio loro la causa della trasmissione della malattia. Una teoria sconvolgente per i tempi.

Per dimostrare la sua tesi Semmelweis mise in atto una banale disposizione: tutti coloro che, dopo aver praticato le autopsie, entravano nel Padiglione delle partorienti erano obbligati a lavarsi le mani con una soluzione di cloruro di calce, mentre tutte le partorienti avrebbero dovuto cambiare continuamente le lenzuola sporche. I fatti gli diedero ampiamente ragione. Le morti si ridussero dall’11,4 % al 2 %.

Era il maggio 1847. Questi dati avrebbero dovuto suscitare un interesse enorme, invece gli attirarono gelosia, invidia e risentimenti vari.

Il suo direttore, Johann Klein, che sosteneva con forza la necessità per gli studenti di praticare molte autopsie, trovava irritanti le iniziative di questo straniero ungherese, che si arrogava il diritto di emanare disposizioni che non gli competevano.

Purtroppo ancora oggi una gran fetta della popolazione rimane scettica difronte alle innovazioni scientifiche. Le intuizione di straordinari ricercatori hanno permesso la creazione di vaccini contro Il Covid-19 (oltre cinque milioni di morti nel mondo) che hanno permesso di ridurre i ricoveri in terapia intensiva e la mortalità in maniera drastica.

L’incidenza dei ricoveri in terapia intensiva è di 1 contro 14 dei non vaccinati. Una parte della popolazione probabilmente, ritiene, così come fece Johann Klein, che queste evidenze sono irritanti.

Il delicato libro di Céline termina con queste parole: “Abbiamo cercato di mettere in rilievo un certo numero di ragioni che ci sembrano in parte spiegare la straordinaria ostilità di cui fu vittima Semmelweis, ma non tutto è spiegabile con fatti, idee, parole. In più c’è tutto ciò che non si sa e tutto ciò che mai si saprà”.

All’amico Raffaele Rotunno.

di Vincenzo Capuano

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