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Ed eccomi qui, nuovamente a camminare a passo svelto; per rispettare i programmi, oggi devo recuperare un po’ di passi non effettuati nei giorni scorsi.

Mi pongo come obiettivo Vietri sul Mare. È una lunga passeggiare e poi gironzolare tra i suoi vicoli è sempre un’emozione speciale.

Lungo la strada che sale, lo sguardo si apre fino al punto in cui l’azzurro del mare si incontra con il cielo. L’infinita distesa di acqua tra l’orizzonte e la spiaggia rasserena. I più anziani su quella spiaggia ricordano, intorno agli anni cinquanta, il pittore Mario Boffa a immortalare sulla tela quell’angolo di terra.

Passeggiando, uno dopo l’altro appaiono i soliti scorci: la spiaggia, la torretta della Crestarella, i due fratelli e sempre il mare dalle splendide sfumature, dal verde smeraldo al blu. Sono immagini che ho visto tante volte e fotografato tante volte, ma la loro bellezza mi spinge a catturale anche questa volta.

Inquadro e scatto più e più volte. Provo a creare nuovi insiemi. Inquadro in primo piano i vasi di ceramica dai colori decisi, posti sul muretto che delimita la via e lascio sullo sfondo il mare distratto che fa da tappeto a quel paesaggio suggestivo.

Camminando non posso non ricordare quando da ragazzo, con gli amici di sempre, a bordo del motorino percorrevamo quella strada fatta di sanpietrini per raggiungere le spiagge della costiera o mangiare la bruschetta ad Albori e la zeppola a Molina; tappe fisse di scorribande lontane.

E quella volta che, per evitare un posto di blocco della polizia (eravamo in due sul motorino ed era vietato), feci con il mezzo tutti gli scalini che portano giù dalla strada costiera alla Marina di Vietri.

Giunto in piazza osservo gli uomini che, incuranti del tempo, sorseggiano il caffè e chiacchierano tra di loro. Dalla parte più alta del paese, ti osserva, in punta di piedi, la fantastica cupola della Chiesa di S. Giovanni Battista con i suoi embrici maiolicati di colore giallo e blu. Scatto di nuovo delle fotografie.

Imbocco Corso Umberto I. Le botteghe si susseguono l’una dopo l’altra, una più bella dell’altra, una più colorata dell’altra. Le riggiole ai muri raccontano del passato, della pesca dei lavori, dei contadini e, sulla strada, intorno agli ingressi, piatti, vasi, asinelli, lune, soli, corni… fanno festa.

Mi fermo davanti alle mattonelle dedicate alla Madonna e a S. Giuseppe a firma del più noto pittore salernitano degli ultimi decenni: Mario Carotenuto.

Faccio una deviazione e vado verso il duomo, osservo una bella fontana, anch’essa tutta in ceramica che racconta di gente intenta a raccogliere l’acqua e tratteggiato, in primo piano, un bimbo che divora una fetta d’anguria.

Mi fermo a bere. Mi ritorna in mente il documento sull’attività fisica da svolgere a scuola del Sedentary Behaviour Research Network. Il gruppo di ricercatori sollecita a interrompere i periodi prolungati di sedentarietà inserendo una “pausa di movimento”, ogni 30-60 minuti. Invitano a limitare il tempo da trascorrere davanti ai dispositivi elettronici.

Propongono di fare almeno una pausa dallo schermo ogni 30 minuti e di scoraggiare il cosiddetto “media multitasking”, ovvero seguire contemporaneamente diversi tipi di media digitali (guardare la televisione, inviare messaggi, ecc). Raccomandano di evitare compiti davanti allo schermo nell’ora al sonno e di sostituire le attività di apprendimento sedentarie con altre basate sul movimento (anche alzandosi in piedi) e quelle che prevedono l’uso di schermi con altre che non lo prevedono (lezioni all’aperto, per esempio).

Tutto questo potrebbe essere di supporto al benessere e alla salute degli studenti e ridurrebbe l’obesità in quella fascia d’età. Tutto ciò è ancora più importante se si pensa al ruolo fondamentale che la scuola ha nel promuovere i comportamenti.

Lascio i miei pensieri e mi dirigo verso la Chiesa di S. Giovanni Battista. Mi attraggono i contrasti di colori tra la sua facciata, l’imponente campanile e il prospetto della vicina Confraternita di S. Annunziata. Entro a rivedere il polittico della Madonna lattante, magnifica opera del XVI secolo.

Ritornando sul corso mi inoltro nel Vicolo Passariello… poesie, maioliche, colori, ma la sorpresa più grande è scoprire un quadro, ovviamente in mattonelle di ceramica, che ricorda la tragedia ferroviaria di Balvano.

È la prima volta che tocco con mano qualcosa che la ricordi. Persero la vita oltre cinquecento persone, che, disperate, su quel treno merci, cercavano di raggiungere la Lucania per barattare scarpe e vestiti americani con un tozzo di pane.

Il loro futuro fu soffocato in quella galleria dalla quale non riuscirono a uscire.  Nel quadro sono riportati i nomi dei 19 vietresi deceduti. Nel mio romanzo Zero non esiste tratto della tragedia, ma una attenta disamina dell’accaduto può essere letta nel libro di Vincenzo Esposito “3 marzo ’44, Storia orale e corale di una comunità affettiva del ricordo”.

Continuo a passeggiare. Mi sembra di essere in un museo a cielo aperto tra opere d’arte che raccontano il passato ma fortemente radicate al presente e mi vengono in mente di Alfonso Gatto che celebra Vietri e la sua costiera:

“Era scritto salute degli infermi” / alla rampa lassù che ti cercava, / paese di dolcezza per gli inverni / un paese così come si dava/fosse in quel tempo, con la vita uguale / alla vita, al suo mietere lontano. / Giusto per l’ombra il sole, giusto il male / nel dar tempo alla morte.

Sul divano / di seta d’oro impallidiva il biondo / scozzese pettinando eternamente / la moglie innamorata, il volto tondo / in quella dolce eternità del niente ”s’addorme alla sua riva“

di Enzo Capuano

1 COMMENTO

  1. Quando salgo verso l’eremo di S. Liberatore, Vietri appare giù ai suoi piedi come un crocchio di tetti rossi proteso sul mare e l’ infinito all’orizzonte, con la cupola giallo-verde che svetta sugli embrici del borgo.
    La sua storia parla di abili carpentieri, costruttori di solidi scheletri di legno dei pescherecci usati dalle marinerie di Cetara e Salerno. Il mio nonno materno era uno di loro, e con lui, man mano, tutti i suoi figli, a foggiare assi, inchiodare, calafatare scafi nei cantieri navali. Come scrive Pietro Citati ( Elogio del pomodoro) : “ Un tempo, si diventava adulti prestissimo. …A tutti i costi, versando lacrime di sangue, sopportando dolori indicibili, un ragazzo diventava maturo, …allora l’infanzia, che noi amiamo tanto, non possedeva una vera esistenza”, Oggi assistiamo ad un prolungamento infinito della giovinezza, i giovani temono di diventare maturi, indugiano come barche incapaci di prendere il largo, oppure sono barche alla deriva senza avere un porto verso cui approdare, nè una rotta da seguire.
    La storia di Vietri parla di pescatori tenaci e di poche parole, che escono di notte a calare le reti nel mare di pece, alla luce delle lampare, per portare a casa il poco che serve per una vita semplice, fatta di ore di sole sui volti bruniti, pazienza nel districare le reti dalle prede e alghe impigliate, a rammendare gli strappi, lanciare la mazzama di scarto ai gatti, mentre dall’alto echeggiano grida dei gabbiani, impegnati con loro in gara di destrezza.
    La storia di Vietri parla di artigiani che si sporcano le mani utilizzando gli elementi fondamentali della natura : terra, acqua, fuoco, aria. Miscelano, foggiano con le mani la materia creando multiformi oggetti di ceramica, cuociono e ricuociono, smaltano con miscele di sali e pigmenti colorati le loro opere che vanno ad abbellire le nostre case e le nostre esistenze. Raccontano di mare, pesci, frutti e paesaggi delle nostre coste, a volte geometrie di forme multicolori. Un pittore napoletano, innamorandosi della mia zia vietrese, si innamorò anche della ceramica, dedicando la sua arte e parte del suo tempo alla decorazione delle riggiole. Attraverso la sua ceramica Vietri, dona al viaggiatore, tornato a casa, il respiro della magica atmosfera di questa nostra terra gratificata dagli dei. Siamo talmente assuefatti alla bellezza, che consideriamo normalià ciò che altri considerano incanto.

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