La COP27 si è conclusa: UE e ONU dichiarano la loro delusione (di Silvana Paruolo)

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L’Artico potrebbe diventare sempre più navigabile e la Siberia sempre più coltivabile,  in Inghilterra si produrranno ottimi vini, e forse in qualche Paese potrebbero sparire isole e città dai nomi esotici:: ma questo potrebbe sembrare un non/problema!

Tuttavia, se ragioniamo in termini di effetti distruttivi di eventi estremi sempre più frequenti (quali alluvioni, desertificazioni ecc.) – e di Paesi da loro messi in ginocchio – e in termini di sostenibilità delle catene alimentari, lotta alla povertà, profughi climatici, e potenzialità di nuovi conflitti armati, che lo si voglia o no, la percezione dei cambiamenti climatici in atto  cambia.

Così, per far fronte agli effetti dei cambiamenti climatici, nel  1992, è stata adottata la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Le sue misure sono poi diventate obbligatorie grazie al Protocollo di Kyoto (mai ratificato dagli USA, per l’assenza di target vincolanti, per i Paesi in via di sviluppo ed emergenti). L’organo istituito per definire le regole della sua implementazione e per monitorarne l’applicazione è la cosiddetta Conferenza delle Parti (COP) che si riunisce una volta l’anno.

La COP 21 del 2015 ha poi adottato l’importante Accordo di Parigi con cui ci si è impegnati a “portare avanti sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1, 5 gradi”. Successivamente, il Presidente Trump ha tirato gli USA fuori dall’Accordo di Parigi.

Invece il presidente Biden ve li ha fatti rientrare.  Anche su spinta di Cina e India – attualmente – in sede ONU gli obiettivi del taglio di emissioni sono decisi dai singoli Paesi, su base volontaria. Nel 2022, il 20 novembre scorso – in un contesto globale (indebolito dalla pandemia da Covid, dal conflitto in Ucraina, dalle crisi alimentari e dei prezzi, e da crescente conflittualità) di certo non ottimale per arrivare a qualsivoglia passo avanti nonostante l’avanzare disastroso dell’emergenza climatica – a Sharm el-Sheikh, in Egitto (dopo estenuanti negoziati tra ministri e delegati di 197 Paesi) si è conlusa la ventisettesima Conferenza delle Parti di (COP27).  Con quali risultati ?

Accolte (seppur blandamente) le condizioni poste dall’Occidente, a Sharm el-Sheikh, si sono create le condizioni di un Accordo sul Fondo per Perdite e Danni – causati dai cambiamenti climatici – da 30 anni richiesto da società civile globale e i Paesi più poveri del mondo. Alla COP27, l’Unione europea ha proposto che il Fondo non va fatto per intervenire in tutti gli oltre 100 Paesi in via di sviluppo, ma solo in quelli “più vulnerabili”.

E non devono essere solo Usa, Europa, Canada, Australia, Giappone ad alimentare il fondo, ma anche altre potenze economiche anche se ancora figurano formalmente tra i Paesi in via di sviluppo (v. la Cina).

Ma – in definitiva – a decidere quali saranno i Paesi vulnerabili che potranno utilizzare il Fondo per Loss and damage e quali le nazioni che dovranno contribuirvi sarà un Comitato istituito alla COP27, che dovrà  riferire, in merito, alla COP28.  Inoltre, la creazione del Fondo è costata molto in termini di finanza e di mitigazione. Non a caso, il Commissario europeo Timmermans ha presisato: “Siamo orgogliosi di aver contribuito a risolvere il problema delle Perdite e Danni. Ma siamo a 1,2 gradi di riscaldamento e abbiamo sentito in questi giorni quali effetti questo stia già provocando.

La soluzione non è finanziare un Fondo per rimediare ai danni, è investire le nostre risorse per ridurre drasticamente il rilascio di gas serra nell’atmosfera”. “Dobbiamo ridurre  drasticamente le emissioni ora – ha sottolineato anche Antonio Guterres, Segretario generale delle Nazioni – Per avere qualche speranza di mantenere la linea rossa dell’1,5 dobbiamo investire massicciamente nelle energie rinnovabili e porre fne alla nostra dipendenza dai conbustibili fossili. La COP 27 si conclude con molti compiti e poco tempo”.

Il cammino per una messa in sicurezza del pianeta che ci ospita resta, purtroppo, ancora molto lungo: c’è da agire.

di Silvana Paruolo (Autrice di più volumi sull’UE, giornalista e blogger)

 

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