Morta Sandra Milo, musa di Fellini. Ha accompagnato generazioni di italiani

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E’ morta Sandra Milo, aveva compiuto 90 anni nel 2023. Si è spenta nella sua abitazione e tra l’affetto dei suo cari come aveva richiesto. Lo ha reso noto la famiglia. Sandrocchia, come l’aveva soprannominata Federico Fellini per il quale è stata una musa, è stata una delle attrici più popolari del cinema italiano.

Sandra Milo, all’anagrafe  Salvatrice Elena Greco, era nata a Tunisi l’11 marzo 1933.  Una settantina i film all’attivo: si va da Roberto Rossellini ad Antonio Pietrangeli, da Sergio Corbucci a Federico Fellini, da Luigi Zampa a Dino Risi, da Luciano Salce a Duccio Tessari, da Pupi Avati a Gabriele Salvatores fino a Gabriele Muccino, solo per citarne alcuni.

Sandro Milo si è chiamata nei film con nomi banali, Gabriella, Carla, Pina, ma anche esotici, Susy e Lolita, si è vestita dimessa o estrosa, è stata zitella e peccatrice, sexy e ingenua, furba e naif, ma era sempre lei, Sandra o Sandrocchia (per Fellini) Milo, nata Elena Salvatrice Greco l’11 marzo 33 a Tunisi, causa la passione della madre per un giovane che prima scomparve in guerra poi anche in pace.

Una vita piena di avventure e intinta nel melò quella della futura bella svampita che incatenò subconscio e sogni di Fellini e l’attenzione di Pietrangeli per le donne. Viaggi, traslochi con mamma e nonna in tempo di guerra, da Arezzo a Viareggio (ma anziana parte per l’Argentina dove apre un ristorante e fa la cuoca), tentata violenza a 13 anni da un uomo nero, il primo di tre aborti senza anestesia ma con setticemia a 16 anni («sono cattolica, ma certe volte non hai scelta» dirà a Ferrara) dopo le nozze durate 21 giorni col marchese nevrotico Cesare Rodighiero che la riempiva di botte.

Come farà poi il secondo marito, il produttore greco Moris Ergas che la aiutò sul set ma da cui si divise perdendo l’adorata figlia Deborah, che andrà poi a riprendersi nella Grecia dei colonnelli, salpando in fretta avventurosamente per Italia dove subirà processi per 44 imputazioni. Quando non la menavano, gli uomini, che mascalzoni, l’imbrogliavano, mettendola a capo di società truffaldine. Quando diceva «mi sono fatta male con l’amore» non era metafora. Tornata la pace, si trasferì a Milano e il sogno era di fare l’attrice ma il primo passo era la mannequin, la fotomodella.

A Roma inizia la carriera di questa maggiorata dalla voce gracchiante come un altoparlante e squillante come un cartoon, dalle labbra in 3D, dagli occhi prensili, con capelli in cascata bionda e una certa facilità all’assegno a vuoto. Il secondo tempo della vita, passato per due terzi in fuga da imprevisti di ogni tipo (nel 97 la brutta storia delle truffe immobiliari a danno di anziani con vorticosi giri di mutui e di banche: ma fu solo leggerezza?) o alla ricerca di improbabili scoop e gossip per le copertine dei settimanali.

A Cuba scova Jorge Ordonez, un finto marito, un bagnino fatto passare per colonnello ed eroe castrista; nel 2010 ecco la patetica partecipazione tv all’”Isola dei famosi” esibendo coraggiosamente l’età spesso appannata dal silicone, infine incatenando l’Italia del pomeriggio nello spavento del famoso urlo, cult di Blob, «Ciro…Ciro…!!!» in diretta l’8 gennaio 1990 negli studi dell’Amore è una cosa meravigliosa. Le avevano telefonato che il figlio maschio era rimasto vittima di un incidente in motorino ma non era vero niente. Adorato Ciro, figlio di Ottavio De Lollis, era arrivato tra Deborah e Azzurra, nata morta ma miracolata d’urgenza da una suora in vena di santità.

La Milo attrice inizia con registi francesi d’annata e negli anni 50 le capita di girare contemporaneamente con Cayatte e Steno, finché Pietrangeli la vede come la hostess che cerca di accalappiare l’impenitente Sordi di Lo scapolo. Ora la carriera decolla, con Rossellini in Il Generale Della Rovere e soprattutto con Lolita, una delle quattro prostitute «liberate» dalle legge Merlin ma prigioniere dei pregiudizi e dell’ipocrisia del maschio italiano in Adua e le compagne (perse per un voto la Coppa Volpi a Venezia), e poi ancora nella commedia sofisticata paranormale, sempre di Pietrangeli, Fantasmi a Roma, romantica presenza di una fanciulla ottocentesca suicida per amore.

Il punto più alto e più basso arriva con Vanina Vanina da Stendhal, di Rossellini, che doveva essere il trionfo della Mostra di Venezia del ‘61 e si rivelò un clamoroso flop che le costa un soprannome indelebile (Canina Canini) e lo stop per alcuni anni. E’ qui che arriva il grande Federico che la conosce tramite Ennio Flaiano e la vuole in 8 e mezzo e la vede come la sensuale Carla, amante di Guido-Mastroianni alter ego di Fellini: per convincerla il marito le regala due orecchini con smeraldi di Bulgari. Il regista della Dolce vita la scritturò di nuovo in Giulietta degli spiriti, agghindata con la geniale follia di Gherardi e la sinuosa lingua del peccato tra le fiamme infernali del senso di colpa borghese.

La terza volta, per Amarcord, il nuovo compagno proprio non vuole e Sandrocchia è costretta a rifiutare la Gradisca. Fu comunque un’attrice originale nei meravigliosi anni 60 del nostro cinema, frequentando le commedie da spiaggia (Frenesia dell’estate di Zampa e L’ombrellone di Risi), gli exploit grotteschi di Gregoretti e Bolognini dove la femminilità diventa un incubo stritolato da Freud.

Nel ‘64 con La visita, ancora Pietrangeli, trova il meglio, un personaggio di donna appassita in provincia, col sedere imbottito e il sogno di un marito anche mediocre e trovato con l’inserzione. Con Fellini, ripeteva lei ogni volta, ebbe non solo due Nastri d’argento, viaggi in Usa, gala, invidie e flash, ma una relazione altalenante e sussultoria di 17 anni non avallata dall’interessato. Quindi così è se vi pare, lei diceva che era vero amore, come una canzone di Mina, la raccontò nel discusso libro, Caro Federico.

Certo fu un’appassionata alleanza costruita sulla pazienza elegante di Giulietta Masina e dei partner della Milo che, com’era già abbastanza chiaro, dichiarava di non credere alla fedeltà. Oltre al cinema e ad altri scandali, anche postumi – fu un finimondo finito con la macchina della verità in tv quando confessò che nel ‘62 aveva aiutato la mamma malata a morire, mentre nel 2004 il figlio Ciro fu arrestato e poi assolto per una faccenda di droga – la sua passione fu il PSI, il garofano. Sandra diceva fin da Nenni, per le libertà civili e perché da piccola aveva passato notti divorando Marx, Engels e Proudhon, ma molti pensano soprattutto per la relazione con Craxi, diffusa ai quattro venti. Anche con Bettino, giura lei confidandosi per carta patinata, è stata una vera love story, si eccitava ai comizi, e fu aiutata a far strada in tv, nella famosa seconda rete.

La troviamo conduttrice (Piccoli fans), giornalista (Mixer, Vita in diretta) fino ai reality sadomaso. Ha una carriera anche a Mediaset, dove conduce «Cari genitori», sui seguono telenovele e parodie, mentre sarà nel 2001 opinionista al festival di Sanremo, nel 2020 torna in Rai per l’Estate in diretta e nel 22 con la Maionchi e la Laurito è nel docu-reality «Quelle brave ragazze». Il cinema, dalla fine dei 70, le offre ben poco e quel poco è quasi sempre di serie B, da rimuovere. Ma ebbe momenti memorabili, come quando in 8 e mezzo appare nel fumo della stazione, ancheggiando il mitico, vignettistico, lato B strizzato in un tailleur, con volazzante cappellino bianco di peluche. E così fa teatro spesso di gruppo, a rimorchio del cinema (8 donne, Fiori d’acciaio), ma anche pochade (Il letto ovale) e musical improbabili (è Agrippina in Nerone). Lei la metteva così: voglia di tenerezza, gratitudine, passione, tre ragioni per cui ho amato, lavorato e lottato.

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