In viaggio in Asia col Presidente Trump e i suoi cari (di Cosimo Risi)

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Giulio Andreotti, perenne maestro di battute e allora Ministro degli Esteri, commentò così il primo viaggio in Cina del Presidente del Consiglio Bettino Craxi: “Siamo andati in Cina con Craxi e i suoi cari”.

Il volo di stato ospitava una comitiva di parenti e amici del Premier: andare in Cina in quel modo era tutt’altro che andarci da turisti fai – da – te.

Donald e Melania Trump, che coglie qualsiasi occasione per apparire giusta al momento giusto, stanno effettuando il più lungo viaggio presidenziale all’estero: ben 14 giorni fra Giappone, Cina, Corea. A bordo dell’Air Force One volano i capi di Goldman Sachs e  Boeing. Finanza e industria aeronautica evidentemente hanno tutto l’interesse a incrementare i rapporti coi partner asiatici e specie con la Cina.

E’ stato lasciato a casa il Consigliere per il Commercio Navarro, teorico del neo-protezionismo americano in chiave anti-cinese. La composizione della delegazione, come sa chiunque abbia qualche familiarità col protocollo diplomatico, è impresa altrettanto delicata che il piazzamento a tavola nei pranzi ufficiali.

Sbagli un nome e le conseguenze possono essere fatali. Inserire in delegazione i vincitori della globalizzazione e non i teorici della chiusura (quelli che vorrebbero tutelare gli operai della “fascia di ruggine” convertiti al messaggio di Trump appena un anno fa) è un segnale eloquente. Nella sua imprevedibilità, il Presidente cambia approccio. I paesi asiatici sono  partner e non rivali da contenere, malgrado che l’avanzo commerciale cinese sembri incontenibile.

Qualcosa è cambiato da un anno a questa parte. Due eventi scuotono l’Asia e le labili convinzioni del Presidente. La vittoria elettorale di Abe in Giappone mette in condizione il Primo Ministro di procedere alla modifica della costituzione in senso meno neutralista. Il Giappone potrebbe riarmarsi (anche con l’arsenale nucleare?) per contenere la minaccia nordcoreana e, in prospettiva, cinese.

Ci vorrebbero tempi lunghi perché il Giappone recuperi il divario rispetto ai vicini, ma l’itinerario sarebbe tracciato e gli Stati Uniti ne garantirebbero il percorso. In prospettiva il riarmo giapponese alleggerirebbe la “fattura sicurezza” a carico degli Stati Uniti, che evidentemente cercano di risparmiare nella  difesa del mondo libero. Il che riguarda pure l’Europa.

L’altro evento saliente è la minaccia che la Nord Corea porta a Sud Corea e Giappone. Nel gioco di Kim non è chiaro il ruolo della Cina. Da una parte Pechino garantisce l’intangibilità di Pyongyang, dall’altra è invitata a moderarne i toni. Il ruolo di garante è congeniale alla dirigenza cinese che, valendosene nei rapporti cogli Stati Uniti, può chiedere loro di moderare i toni protezionistici. In altri termini: noi teniamo a bada il nostro protetto, che urli pure ma senza fare sfracelli; voi tenete a bada gli impulsi neo-protezionistici a Washington e Ginevra.

Ginevra ospita la sede dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), cui la Cina fu ammessa nel 2001 a condizioni di favore. Le furono accordati comportamenti commerciali “blandi” in quanto economia in via di sviluppo. Ora che l’economia cinese è in pieno rigoglio, quelle facilitazioni sono superate dai fatti e non ancora dalle regole OMC. Per modificarle occorre un lavorio negoziale che gli Stati Uniti e gli altri concorrenti dovrebbero intraprendere  con grande lena, contando su una certa dose di adesione da parte cinese.

La partita è complessa e dall’Asia arriva alle rive dello svizzero Lago Lemano, in un gioco di rimandi, tipico delle relazioni internazionali, che dovrebbe interessare vivamente l’Unione europea e il nostro paese. Nel commercio come nella sicurezza la campana suona anche per noi. Sarebbe bello che i media derubricassero gli scandali legati al caso Weinstein, con le loro pallide appendici nostrane, per seguire eventi americani di ben altra portata.

Cosimo Risi

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