L’immaginazione al potere nella battaglia di Francia (di Cosimo Risi)

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A voler essere filologici dovremmo scrivere l’imagination au pouvoir, tale fu lo slogan intonato nella piazze di Parigi durante il sessantotto. Trattandosi di espressione francese – la Francia non va di gran moda di questi tempi – preferiamo tradurre.

L’immaginazione al potere, in italiano, si declina in voglia di cambiamento per prescindere dalla grammatica diplomatica nelle relazioni internazionali.

La grammatica diplomatica, al pari della grammatica tout court (pardon: altro francesismo), ha certe regole da rispettare, violando le quali si agisce e si parla male. I francesi trascurano il congiuntivo, lo trovi ancora nei testi letterari, di rado nella lingua parlata. Non  farfugliano con questo modo che imbarazza alcuni di noi. Non Fantozzi che usava dire a Filini “venghi, ragioniere, venghi”.

L’Accademia della Crusca avrebbe sdoganato “esci il cane” (probabilmente una fake news da social media: è inglese, no problem), non ha ancora sdoganato il gergo fantozziano.

La grammatica diplomatica impedisce ad un paese di ingerirsi negli affari domestici degli altri. In seno all’Unione europea l’ingerenza è consentita alle istituzioni europee che possono, a volte devono, occuparsi degli affari interni degli stati membri quando questi siano sospettati di violare i principi fondamentali  del Trattato.

Si vedano le procedure avviate nei confronti di Polonia e Ungheria: casi  di doverosa vigilanza sull’uniforme applicazione del diritto europeo. Diverso è il caso in cui ci si occupa dei fatti altrui sotto il profilo politico.

L’incontro di un membro di governo con una rappresentanza di presunti rivoltosi, tali essendo considerati i gilet gialli dalle autorità francesi, non rientra nel diritto – dovere d’ingerenza. E’ un modo per mettere in discussione la dirigenza di quel paese come se questa fosse espressione di un abuso. In definitiva:  Macron alla stregua di Maduro.

Si può argomentare che la reazione francese è sproporzionata. Il richiamo dell’Ambasciatore per consultazioni è un passo di protesta nei confronti del paese di accreditamento, ne segue altre più riservate, non implica la rottura dei rapporti diplomatici. Non siamo a tanto. Palazzo Farnese a Roma continuerà ad essere presidiato dall’Incaricato d’Affari, nell’attesa che il titolare torni al suo posto.

Il precedente di questa decisione risale al 1940. Allora il governo italiano dichiarò guerra alla Francia, già occupata dalla Germania, sperando di lucrare la facile vittoria dell’Asse. L’Ambasciatore francese parlò di colpo alla spalle: non proprio un gesto onorevole. Dagli anni cinquanta in poi, con la Francia e con altri quattro stati membri, abbiamo fondato la CECA, la CEE, l’UE.

I sei fondatori sono i depositari del verbo comunitario, nel rispetto della loro storia sono chiamati ad interpretare il meglio del processo d’integrazione. Essere di esempio nel momento in cui il Regno Unito rischia di recedere nel modo peggiore: con un “no deal”.

Parlare di grammatica diplomatica non è una prova di pedanteria. Le divergenze politiche, acuite dalla fase elettorale, non possono compromettere la “toile de fond” (la tela di fondo) delle relazioni bilaterali. Da circa settanta anni queste sono la trama delle relazioni multilaterali in seno al Continente.  L’Europa unita ha modo di contare nel mondo globale, i singoli stati sono condannati al retropalco.

“Ne pas faire de la surenchère”: non giochiamo al rialzo nella partita delle ripicche, perdiamo tutti.

di Cosimo Risi

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