Non passare dalla paura all’angoscia: poche riflessioni al tempo del coronavirus

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Non intendo intervenire su un tema che già ha provocato innumerevoli interventi, molto più autorevoli di queste mie scarne ed incomplete riflessioni, voglio solo evidenziare come i più recenti provvedimenti del Governo ed i molti altri sollecitati da varie parti sociali corrono il rischio di far precipitare il Paese da una condizione di paura (salvifica secondo Manzoni) a quella dell’angoscia esistenziale (mortale per Kierkegaard).

Se il decreto di chiusura delle scuole e delle università o il divieto di svolgere convegni e di tenere altre manifestazioni che implicano il rapporto riavvicinato tra una moltitudine di persone ha un senso, perché introduce misure finalizzate ad evitare la diffusione del virus, non si comprende la richiesta di sospendere praticamente tutte le attività giudiziarie, senza – per altro – profittare  del momento per delineare una nuova visione delle modalità con le quali potrebbero svolgersi – quando sono tenute !!  – le udienze del settore civile.

Non ho letto in questi giorni, neppure nei comunicati dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati e delle varie associazioni forensi,  una riflessione sull’impiego degli strumenti informatici nell’udienza civile, che, in molti casi – tranne per l’assunzione delle prove – si concretizza nella mera richiesta dei termini per il deposito delle memorie istruttorie o nella istanza di rinvio per precisare le conclusioni o nella sola precisazione delle conclusioni.

In queste ipotesi, stante ormai la riconosciuta inutilità della discussione orale, che implicherebbe una completa conoscenza della causa da parte del Giudice, l’udienza potrebbe svolgersi con modalità telematiche o con mezzi audio-video a distanza.

Veniamo, ora, a misure concrete ed immediate in grado di evitare,  con l’adozione di semplici precauzioni o con provvedimenti specifici, il rapporto avvicinato tra le persone e l’affollamento delle aule della giustizia civile, che, a volte, le rendono un vero e proprio foro boario.

Basti pensare alla possibilità, normale in un Paese civile e utilizzata in molti tribunali, di scadenzare le udienze con orari predeterminati per ogni singola controversia, consentendo l’accesso in aula solo dei difensori interessati alla causa; ad una più frequente scansione delle udienze (magari, prevedendo un giorno in più rispetto ai soli due giorni utilizzati dai giudici istruttori civili); nonché, ancora, ad una più efficiente e ragionata attribuzione dei fascicoli da assegnare ai giudici. Pensare di poter semplicemente sospendere le udienze significa ancor di più gravare sui tempi già lunghi della giustizia civile, per altro dando la possibilità agli avvocati e alle parti che hanno interesse a rimandare sine die la sentenza di differire la causa ad infinitum.

Diversa si presenta, invece, la situazione per il processo penale, posto che in tal caso  la sospensione non farebbe decorrere, sospendendoli, i termini della prescrizione.

Se è vero che il Coronavirus sta modificando il comportamento degli italiani, è altrettanto vero che occorre non gettare il Paese nel panico e, soprattutto, non arrivare al blocco di tutte le attività economiche e produttive o di tutti i servizi (ivi compreso quello della giustizia), tale da produrre danni maggiori di quelli già derivanti dall’emergenza sanitaria. Già si leggono notizie sul fallimento di compagnie aeree, come la inglese Flybe, ed altre crisi potranno interessare tutto il settore turistico e dei trasporti (sembra ci siano già circa un milione di richieste alle Ferrovie dello Stato di rimborsi per biglietti di trasporto non utilizzati dagli utenti).

Occorre nella tempesta tenere dritta la barra del timone della nave (ciò richiedendo “capitani” coraggiosi, consapevoli ed esperti), senza allarmismi, ma anche senza sottovalutazioni del fenomeno o pericolose incertezze (come quelle che hanno attinto il Governo nel caso della chiusura delle scuole e dell’università).

E’ su questo terreno che si misura la consapevolezza e la capacità di una classe politica, che di fronte a questa emergenza, di cui non si può facilmente prevedere la fine, deve superare rivalità, diffidenze o differenze ideologiche per unirsi nel sostenere lo Stato chiamato a proteggere la salute dei cittadini in uno agli interessi dell’economia e al corretto funzionamento  delle istituzioni.

Giuseppe Fauceglia 

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