Il capitale umano ai tempi del coronavirus (di G. Fauceglia)

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L’impatto che la pandemia ha ed avrà sul sistema economico-produttivo del Paese non è facilmente immaginabile, se non nell’ormai certa prospettiva della perdita di decine di migliaia di posti di lavoro e di chiusura di moltissime piccole imprese, con conseguente crisi che investirà  anche le strutture produttive medio-grandi.

In questa sede non si intende intervenire sulle conseguenze complessive che tali eventi avranno sul sistema Italia, né sui rimedi, come “le obbligazioni destinate” che potranno (si spera) essere emesse dalla Banca Centrale Europea per far fronte alla crisi sistemica, né sugli eventuali strumenti alternativi.

La pandemia può offrire l’occasione, però, per analizzare se sia possibile utilizzare un modello di ausilio e di sostegno idoneo a preservare il capitale umano delle imprese, superando il modello consolidato e  tradizionale della Cassa Integrazione Guadagni, cosiddetta speciale o eccezionale.

A ciò si accompagna una prima osservazione connessa alla necessità di apprestare un sistema integrato di aiuti, distinguendo tra quelli di tipo meramente assistenziale (ovvero che non hanno immediate ricadute sull’economia, se non al limitato fine di assicurare i consumi essenziali) da quelli finalizzati nei piani anti disoccupazione a difendere il capitale umano presente nelle aziende, qui inteso come il patrimonio di conoscenze dei dipendenti, accumulato negli anni,  che non possono essere disperse o vanificate in questa crisi devastante.

I sistemi che sono utilizzati in alcuni Paesi europei si muovono nella prospettiva di un welfare intelligente e non sprecone, in questa fase storica connaturato da chiari elementi emergenziali. In tal senso, può ricordarsi il modello Kurzarbeit tedesco, già utilizzato nella crisi finanziaria del 2008-2009, ora ripreso con maggiori profili di flessibilità, che prevede un orario ridotto di lavoro ed uno schema di sussidi pubblici che può essere richiesto direttamente dalle imprese all’Ufficio Federale del Lavoro.

Nella stessa prospettiva si muove anche la legislazione scandinava, ad esempio, la Svezia ha previsto un pacchetto complessivo di stimoli fiscali pari al 6% del PIL, corrispondendo ai dipendenti delle aziende, costretti a restare a casa oppure sottoposti ad una forte riduzione dell’orario di lavoro, circa il 90% dello stipendio.

Tra i due sistemi si individua una rilevante differenza: il sistema tedesco dispone una condivisione dei costi tra aziende e sistema pubblico, mentre quello scandinavo, più orientato a finalità di sostegno tipicamente assistenziale, prevede il pagamento delle indennità direttamente ai lavoratori. Nel complesso, però, può evidenziarsi come le misure tentano di evitare il rischio che in poche settimane venga spezzato il legame tra dipendenti ed aziende, con effetti negativi sul capitale umano.

In questa prospettiva, forse sarebbe opportuno ridisegnare il sistema della Cassa Integrazione Guadagni, e profittare dell’occasione per delineare un nuovo percorso che eviti che alla distruzione del reddito dei lavoratori si accompagni la totale dispersione delle loro competenze acquisite negli anni.

In ogni caso, qualsiasi sia lo strumento utilizzato, questo potrà funzionare solo se potrà essere superato lo shock simultaneo tra domanda ed offerta, ovvero se saranno approntate politiche complessive di innesto di rilevanti capitali pubblici in economia.

Si tratta di superare, però, quella ideologia, diffusa specialmente negli ultimi anni, che ha inteso penalizzare le imprese, con incertezze normative se non con misure dall’evidente intento se non punitivo, ameno penalizzante per una crescita ordinata delle imprese stesse.

E’  sufficiente pensare a quanti danni sono stati creati al sistema Paese dagli ostacoli frapposti alla realizzazione di importanti e strategiche opere pubbliche (basti pensare alla TAV), che avrebbero potuto rappresentare un vero e proprio volano per l’economia nazionale.

Si tratta di una diffusa e perniciosa politica orientata verso quella decrescita felice, che inconsapevoli movimenti politici hanno inteso porre al centro delle loro improvvide iniziative di governo.

La pandemia può, allora, restare un’occasione per superare queste preclusioni e per delineare un quadro di sviluppo sostenibile  per il sistema Italia.

Giuseppe Fauceglia

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2 COMMENTI

  1. ANCORA CON LA TAV, MA SE E’ STATO DIMOSTRATO CHE IL PROGETTO E’ VECCHIO DI 20 ANNI, CHE NON E’ SUPPORTATO DA POLITICHE CHE INCENTIVANO LA CREAZIONE DI INTERPORTI E DI TRASPORTI INTERMODALI SU FERRO E SU GOMMA A CHE SERVE? IO CREDO INVECE CHE IL CORONAVIRUS DEBBA FAR RIFLETTERE SU UNA RIPRESA DELLA ECONOMIA E DI UNA CRESCITA CHE SIA ECOCOMPATIBILE, DI SVILUPPO GREEN A TUTELA DELL’AMBIENTE E SOPRATUTTO EVITANDO LA CREAZIONE DI CATTEDRALI NEL DESERTO

  2. C’è quel bellissimo articolo di Olga Tokarczuk apparso sul Corriere della Sera: dovrebbe leggerlo, si intitola “Coronavirus, la verità è che per noi cambierà l’intera esistenza”

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