Paternalismo e retorica ai tempi del coronavirus (di G. Fauceglia)

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All’inizio di questa crisi il Governo ha chiesto agli italiani di rimanere a casa, e gli italiani, con fiducia e in silenzio, hanno osservato il lungo lockdown. Nelle numerose dichiarazioni e conferenze stampa del Governo in questi giorni abbiamo sentito più volte declinare verbi “al futuro” (“faremo”, “progetteremo”, “provvederemo”, ecc.), accompagnate da una vuota retorica paternalistica che non ha mai affrontato il merito delle scelte da compiere, e si è limitata all’auspicio – purtroppo destinato ad infrangersi sugli scogli della cruda realtà – che “usciremo migliori di prima dopo questa emergenza”.

Intanto, ad oggi (il dato è riportato da “Il Sole 24 ore”) sono ben 763 gli atti emanati da Governo e Regioni, e in particolare 224 i provvedimenti del Governo (ivi compresi i famosi dcpm), dei ministeri, dei commissari e della Protezione civile, e 539 quelli emanati dai vari Governatori regionali. Superano quota 1.400, invece, gli incarichi e le strutture centrali e territoriali per gestire l’emergenza, che a loro volta hanno avuto modo di attingere al vasto campionario di provvedimenti normativi ed atti amministrativi o di indirizzo, per “chiarire “ (si fa per dire !!) le “grida” che si sono succedute nel tempo.

Il povero cittadino ha dovuto e deve davvero impegnarsi a seguire questo impluvio di norme, a volte inutili e tra loro palesemente contraddittorie (ben5 o 6 sono stati i “modelli” di autodichiarazione), impegnandosi in una vera e propria girandola di disposizioni, che rendono non più evocabile – anche da punto di vista costituzionale – il noto principio che “l’ignoranza della legge non scusa”.

Si tratta, nella gran parte dei casi, di norme che non hanno ancora avuta una pratica attuazione, e basti pensare ai ritardi nell’erogazione della cassa integrazione guadagni in deroga (sono ferme a poco meno di 58.000 unità le domande ammesse, a fronte di oltre un milione di richieste) e alla mancata attuazione di altre misure previste a sostegno del mondo della produzione e per il recupero della produttività, al fine di evitare l’ormai certo fallimento di una miriade di piccole e medie imprese. Il risultato è che milioni di dipendenti privati non ricevono stipendi e sussidi dal mese di marzo e che la criminalità organizzata potrà attuare un ingresso predatorio in diverse attività commerciali e industriali del Paese.

Quella posta in essere dal Governo è, allora, una vera e propria strage del buonsenso: il disegno di ipernormatività resta solo un sostegno alla burocrazia che ha ucciso il principio di libertà (“è lecito tutto ciò che non è vietato”) ed ha affermato l’esatto principio contrario (“è vietato tutto ciò che non è autorizzato”).

A fronte di questa situazione si sono moltiplicate sino all’inverosimile le schiere di esperti di ogni tipo, che assistono il Governo, i Ministeri e le stesse Regioni (sono ben 50 le task force), con una conseguente ed indefinita, quanto inefficace, moltiplicazione delle ipotesi e delle soluzioni da adottare per far fronte alla c.d. Fase 2 e per superare gli effetti prodotti dalla pandemia.

Intanto, il disordine si è mostrato di tutta evidenza a fronte della posizione che il Governo Italiano avrebbe dovuto assumere in sede comunitaria,  il cui difetto di prospettiva resta ancora più drammatico dopo la sentenza shock della Corte Costituzionale tedesca che ha chiesto alla Banca Centrale Europea di dimostrare che il programma di acquisto dei titoli di debito pubblico non sia uno strumento di politica economica ovvero che le misure adottate siano rispondenti al criterio della proporzionalità.

La sentenza della Corte tedesca non ha alcun impatto diretto sulla Banca Centrale Europea, che, quale istituzione dell’Unione, nello svolgimento delle sue funzioni è soggetta solo alla Corte di Giustizia Europea del Lussemburgo, e quest’ultima già in una nota decisione non ha riscontrato alcuna illegittimità o deviazione dai principi del Trattato Europeo nell’operato della BCE.

Teoricamente, dunque, la sentenza della Corte Costituzionale tedesca non dovrebbe avere alcun impatto con il programma di acquisti dei titoli di Stato con riferimento al recente programma di Quantitative Easing da 750 miliardi, annunciato lo scorso 10 marzo per far fronte alle esigenze della crisi pandemica. Ciò nonostante, il Governo non dovrebbe sottovalutare  gli effetti della sentenza, che ha fatto – e non a caso – gioire i sovranisti del Nord Europa (quelli nostrani non hanno ancora capito nulla !!) ed i governi conservatori di Polonia ed Ungheria.

Innanzi tutto, perché la sentenza suona come una condanna preventiva (la richiesta rivolta alla BCE si presenta come una vera e propria inversione dell’onere della prova, per altro di una prova diabolica) delle politiche monetarie eccezionali introdotte da oltre un decennio da Draghi e che la pandemia indubbiamente dovrà prolungare (sia pure in presenza di una differenza sostanziale tra la crisi in atto e quella derivata dalla crescita del debito pubblico negli anni 2008-2010).

Inoltre, perché la sentenza afferma la primazia di una Corte nazionale su quella Europea, con un conseguente ribaltamento del principio gerarchico su cui era stata costruita l’intera impalcatura del diritto comunitario sin dal lontano 1964 con la sentenza Enel/Costa. L’impatto potrà essere rilevante per le immediate politiche della BCE e dell’ Unione, e nascondere, come lo struzzo, la testa sotto la sabbia non servirà a niente.

Non si intravede, allora, alcuna reale strada per frenare la caduta e per preparare le condizioni di un’immediata ripresa, mentre si ascoltano solo vuote parole, condite da una retorica senza tempo e senza storia.

Giuseppe Fauceglia

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2 COMMENTI

  1. Mah, l’altra volta non si aiutavano le imprese, quando non è mai esistito in Italia un ricorso alla cassa integrazione di queste proporzioni. Stavolta che gli aiuti arrivano troppo lentamente, come se fosse possibile scongelare “al volo” 750 miliardi.

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