“Un metro di distanza può non bastare”: i timori di scienziati e tecnici

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Il professore Massimo Galli, direttore di Malattie infettive del Sacco di Milano, non nasconde i suoi dubbi e le sue perplessità: «Dobbiamo sperare che i sintomatici restino a casa, perché con uno starnuto o un colpo di tosse, la goccioline possono diffondersi anche a un metro e ottanta, un metro e novanta. E anche il professor Andrea Crisanti, virologo dell’Università di Padova – come scrive il quotidiano “Il Mattino” è più o meno dello stesso avviso: «La verità è che nessuno sa quale sia la reale distanza di sicurezza, non ci sono sufficienti informazioni sulla trasmissione di questo virus, non sappiamo se basterà un metro di distanza a ridurre le possibilità di contagio». Scienziati e tecnici continuano a muoversi con prudenza rispetto alla situazione epidemiologica seppure in ribasso.

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3 COMMENTI

  1. Credo che sia l’unica cosa certa sin dall’inizio della epidemia, la distanza minima dovrebbe essere di due metri.
    Un metro è insufficiente.
    Ci siamo (vi siete, io no) lamentati delle limitazioni? Ora il governo e le regioni ci hanno delegato la responsabilità della nostra stessa salute. Sta a noi e al nostro buonsenso fare in modo che l’epidemia non riprenda piede.
    Ed è per questo che sono molto pessimista.

  2. Care signore e cari signori, oramai se ne fottono degli scienziati. Bisogna affidarsi alle Regioni che decidono secondo coscienza e poco secondo scienza. Fosse dipeso dai colleghi medici, non soltanto virologi, alla fase 2, soprattutto in alcune regioni del nord, saremmo forse arrivati alla metà di giugno. Questo, secondo la logica epidemiologica. Che oramai in buona parte è saltata. Vogliamo guardare agli altri Paesi che, in parte sono più organizzati di noi, anche sotto il profilo sanitario, ma hanno (anglosassoni e nordeuropei) una visione diversa della morte. Per noi, al di là dell’aspetto religioso, la tutela della salute pubblica è prioritaria (perché se non adeguata porta appunto alla morte); per queste altre nazioni invece è prioritario l’aspetto socio-economico quasi del tutto svincolato da quello sanitario. Per loro la salute pubblica è basata quasi esclusivamente sul fatalismo (di qualcosa si dovrà pur morire!) ma non si può, tantomeno si deve, morire di…fame. Questa la realtà in estrema sintesi. Per noi, e non solo, la pandemia è una iattura; un nemico da debellare. Per altri è un incidente di percorso col quale convivere e dal quale non farsi condizionare fino all’estremo esito. Importante è assicurare le cure dovute, ma senza incidere più di tanto sul regolare svolgimento della vita quotidiana. Fare finta di nulla o fingere di fare finta di nulla. La popolazione va tenuta in uno status si apparente normalità. Senza alcun confinamento. Noi, per fortuna, ragioniamo diversamente anche se si poteva fare meglio risparmiando qualche vita umana. Solo un ingenuo può credere che le morti, in Italia e non solo, siano tutte ascrivibili come causa diretta al Covid-19…

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