Quella volta a Beirut (di Cosimo Risi)

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L’aereo della MEA (Middle East Airlines) atterrò all’aeroporto internazionale di Beirut in febbraio. Il sole illuminava il porto, la neve era ancora bianca sulle pendici della montagna. Chi cercava la prima tintarella e chi l’ultima discesa in sci. Il Libano cristiano maronita, sciita, sunnita era il paese laico e aperto del Medio Oriente. Quelli del Golfo ci andavano a giocare d’azzardo e cercare compagnia galante. Gli occidentali lo chiamavano la Svizzera d’Oriente per la propensione alla grande finanza e l’apparente tranquillità. Un resort di lusso sulle sponde del Mediterraneo.

Decenni di guerre civili e fra stati, l’esercito siriano a proteggerlo da quello d’Israele, le milizie filo-iraniane che combattono Israele, l’Iran in prima battuta con gli arsenali, i palestinesi che vi avevano eletto la rappresentanza ufficiale prima che Ariel Sharon li mandasse via. Il fragile equilibrio di potere fra il Presidente cristiano maronita, il Primo Ministro sunnita, il Presidente del Parlamento sciita. La ricostruzione dopo le devastazioni. La gioia di vivere, nel senso anche napoletano del “campare”, è la cifra del libanese, specie del francofono che si considera parigino certamente più di un abitante della banlieue. A Parigi le signore bene sceglievano il guardaroba e i signori facoltosi concludevano gli affari.

Tempestiva è la missione del Presidente Macron, a Beirut promette aiuti al popolo e non alla dirigenza. Tempestivo è l’invio dei nostri cargo militari. Il contingente UNIFIL di stanza al Sud ha la maggioranza italiana. Una buona occasione perché Francia e Italia marcino e colpiscano diplomaticamente insieme.

Se dal terribile incidente, molti però dubitano che lo sia, nascerà un nuovo Libano in memoria del vecchio cosmopolita e multi-religioso, è difficile dire. Non sempre la tragedia produce la rinascita. Il popolo libanese ha il dovere dell’ottimismo, noi con lui.

di Cosimo Risi

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