La lezione del caso Attanasio e Iacovacci (di Cosimo Risi)

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Mentre la polvere d’archivio si deposita sul caso Attanasio e Iacovacci già gratificati dell’inflazionata qualifica di “eroi”, proviamo a comprendere il senso del loro sacrificio. Perché sia “a lesson learned”, e cioè imparare la lezione per non ripetere l’errore.

La vicenda dei due funzionari e dell’autista dovrebbe rinfrescare la memoria a chi ce l’ha corta. Gli attacchi all’inutilità dell’apparato pubblico si sono sprecati nel corso degli anni.

La Casta, che tanta fortuna ha portato agli autori dell’omonimo libro, comprendeva i diplomatici: adusi a frequentare i ricevimenti, incontrare bella gente, andare alle prime teatrali (quando i teatri ancora funzionavano).

Ricevevano indennità spropositate rispetto alle categorie meno favorite. Si ignorava che i diplomatici di carriera non raggiungono le mille unità, che il bilancio globale del Ministero degli Esteri è inferiore all’1% del bilancio statale, che le indennità all’estero non sono pensionabili e ripagano  “le dépaysement” (lo spaesamento).

“Fare di più con meno” fu lo slogan  per giustificare i tagli negli stanziamenti a fronte di compiti crescenti. Dopo l’implosione dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia è aumentato il numero degli stati indipendenti e, conseguentemente, l’esigenza di esibire il tricolore nelle nuove capitali. Per non parlare dell’Africa, dove pure la presenza italiana si è estesa a coprire la quasi totalità dei paesi.

Il decoro e la sicurezza risentono dei tagli. Un’inchiesta è in corso sugli eventi congolesi, è prematuro anticipare qualsiasi giudizio. E’ comunque da ritenere che se la sicurezza passiva dell’Ambasciatore fosse stata più alta, l’attentato avrebbe avuto un impatto meno tragico.

Quando il paese d’accoglienza è “normale”, la vita del diplomatico scorre facile se non più gradevole che in patria. Quando il paese d’accoglienza è a rischio, allora le precauzioni non bastano. Occorre muoversi con circospezione e comunque assolvere il mandato di intrattenere i rapporti con le autorità locali,  la collettività italiana,  la società civile.

In questa sfera agiva Luca Attanasio, nel giorno fatale poteva contare sulle promesse dell’ONU e sulla scorta di un solo Carabiniere. Il rapporto con l’Arma è particolare. Il protetto e il protettore vivono in simbiosi, l’uno non va senza l’altro. Addirittura non va se l’altro non gli accorda di andare.

Il diplomatico X nel paese Y ad alto rischio decide di recarsi in un certo posto fuori dal recinto della sede. Avverte il protettore dell’intenzione e questi, a sua discrezione, autorizza l’uscita e delinea l’itinerario. Che può cambiare a caso o limitarsi ad una svolta a “U”: si esce  e si rientra subito dopo. L’aria fuori non sa di buono.

Vivere così non è un gran vivere. Eppure il servizio va avanti lo stesso. Alla Farnesina lavora personale dedito alla causa “whatever it takes”. In Iraq, Afghanistan, Myanmar, altrove. Nessuno vuole atteggiarsi a eroe. Nessuna scorta costituisce l’assicurazione assoluta.

Sul piano generale la lezione da trarre è che la politica estera è complementare alla politica interna. E perciò necessita di una valutazione costante e di ampio respiro nonché di decisioni appropriate anche sul piano finanziario. Non possiamo aspirare al rango di media potenza né contribuire all’autonomia strategica europea se non investiamo in politica estera, di sicurezza, di difesa. Le relazioni internazionali non s’improvvisano, si costruiscono con perseveranza  e si consolidano alla distanza.

La sicurezza nazionale si tutela in via preventiva all’estero. Indebolire il fronte esterno trascurando le sue necessità significa esporsi disarmati alle crisi.  L’attentato in Congo  riguarda  la sicurezza nazionale.

di Cosimo Risi

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