Recep Erdogan, Mel Brooks e il mistero delle sedie (di Cosimo Risi)

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Possiamo parafrasare in turco il vecchio film di Mel Brooks “Il mistero delle 12 sedie” con il mistero delle due sedie e del divano. E interrogarci se sia più dignitoso, non più comodo e vedremo perché, sedersi sulla poltroncina alla destra del Sultano o sul divano più lontano.

Il conforto milita a favore del divano. Una signora elegante come Ursula von der Leyen (sempre ben pettinata, nota Natalia Aspesi) non può che calzare scarpe di circostanza, notoriamente scomode rispetto alle stringate dei signori (si fa per dire) uomini. E dunque il divano, con il lungo ripiano, consente di togliere le scarpine e stendere le provate membra con le calze rivolte all’esterno e non verso i due dignitari.

C’è di tutto nella scenetta delle sedie nel Palazzo presidenziale di Ankara, che è rituale definire sfarzoso. Non è il Topkapi di Istanbul, la capitale della Repubblica non è la stessa dell’Impero Ottomano, ma gli vuole somigliare. Manca l’harem guardato dagli eunuchi, non mancano, almeno nell’immaginazione del Presidente, le donne velate che stanno un passo dietro all’uomo, liete della loro esibita ritrosia.

Nelle lezioni ad un pubblico misto per provenienza geografica e religiosa, gli studenti musulmani difendono la tradizione di coprire le donne sul capo e, in casi estremi, sul viso. Le donne dopo una certa età possono mostrarsi solo in famiglia, davanti ad un pubblico avvertito. Essi criticano la tradizione occidentale di strumentalizzare il corpo femminile per futili motivi,  e segnatamente nella pubblicità, anche quando il corpo nulla c’entra con il prodotto da promuovere.

Passi per i cosmetici, i profumi, gli assorbenti, i gonfiori addominali. Ma i carburanti, il silicone per turare i buchi? La replica dei pubblicitari è che il corpo femminile ingentilisce i messaggi, meglio parzialmente scoperto, più ammiccante che rivelatore.

Gli studenti musulmani concludono con la domanda fatale: chi rispetta meglio le donne fra quelli che le scoprono a fini commerciali o quelli che le coprono per pudore pubblico?

Il gesto di Erdogan, e del protocollo di stato, ha un senso politico oltre che di genere. Il messaggio è duplice.

La Commissione esagera nel criticare la Turchia sul piano dei diritti umani, ora anche per il recesso dalla Convenzione sulle donne. Di più: la Commissione pratica la politica della condizionalità, e cioè intende dare di più a chi riforma di più e dare meno a chi riforma di meno o, peggio, arretra. In gergo: “more for more, less for less”.

L’altro messaggio è che a contare nelle relazioni internazionali sono gli stati membri e non gli organi sovranazionali. La Commissione è poco più di un segretariato al servizio dei governi.  Il Presidente del Consiglio europeo, in quanto istituzione spiccatamente intergovernativa, rappresenta appunto i governi, i soli legittimati ad agire sulla scena internazionale.

E qui, non si sa quanto involontariamente, la Turchia mette il dito sul nervo scoperto della costruzione europea quale emersa dal Trattato di Lisbona (2009). Aver istituzionalizzato il Consiglio europeo, addirittura come istanza apicale dell’edificio, produce le distorsioni sul piano interno e, vedi in questo caso, sull’esterno.

Nei lavori preparatori, quando si discusse del quadro istituzionale, qualche delegazione propose di fondere nella stessa persona le presidenze del Consiglio europeo e della Commissione. In tal modo l’Unione avrebbe avuto un solo rappresentante esterno.

Si preferì la soluzione duale, in omaggio alle reminiscenze intergovernative sempre tenaci in seno agli stati membri. E allora non possiamo troppo dolerci se Erdogan ha studiato il Trattato e tratto le conseguenze protocollari.

di Cosimo Risi

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