Quando le crisi sfuggono di mano. Il caso della Terra Santa (di Cosimo Risi)

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La crisi si avvia nelle aule dei tribunali. Il potere giudiziario è chiamato a dirimere una causa sui diritti di proprietà immobiliare. Alcuni cittadini ebrei esigono la restituzione di immobili che erano dei loro antenati e da quelli abbandonati per sfuggire alle ostilità.

Le case nel quartiere Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est sono abitate da famiglie palestinesi. Queste si trovano davanti ad un decreto di sfratto che le vedrebbe senza copertura. Qualche nuovo proprietario vorrebbe mantenerle nell’abitazione in qualità di affittuarie.

Il caso manifesta subito il potenziale incandescente. Il Governo israeliano prova a rinviare l’atto esecutivo, è tardi, la provocazione è innescata. I Palestinesi sospettano la “hebronizzazione” della Città: l’aumento, come a Hebron, degli insediamenti ebraici al fine di emarginare la componente araba. L’episodio cade nella ricorrenza per  Gerusalemme liberata, il giorno della Guerra dei Giorni (1967) in cui fu unificata.

Si innesta nella polemica seguita alla decisione dell’Autorità Palestinese di annullare le elezioni legislative e presidenziali in programma da maggio. Una motivazione è che Israele non avrebbe garantito il libero svolgimento del voto a Gerusalemme Est. L’altra è che i sondaggi davano per favorito Hamas rispetto a Fatah, il partito del Presidente Abu Mazen, anch’egli in forse per la rielezione.

Le proteste sulla Spianata delle Moschee, il Monte del Tempio per gli ebrei, sono lo scenario ottimale per attirare l’attenzione del mondo. Uno dei luoghi sacri dell’Islàm violato dalla polizia in tenuta anti-sommossa. La solidarietà della Umma non si fa attendere. Il Presidente turco è il capofila, invoca una dura lezione all’occupante israeliano, dimentica che la Turchia fu il primo alleato sunnita del nuovo Stato.

Da Gaza le brigate congiunte di Hamas e Jihad lanciano missili su Israele. Non sono più gli ordigni rudimentali d’una volta ma missili a media gittata. Colpiscono Al-Quds, finora risparmiata per la sua sacralità, e persino Tel Aviv, appena tornata alla gioia di vivere senza mascherine.  Le incursioni aeree dell’IAF sono massicce e micidiali. Si contano le vittime specie nel campo palestinese.

La crisi si riverbera in seno allo Stato. Nelle città miste di Lod, Akko, Haifa si consuma la frattura fra arabi israeliani e ebrei israeliani. Gli uni e gli altri sono cittadini dello Stato, con pari diritti sul piano formale ma con discriminazioni a carico degli arabi.

E questo mentre alla Knesset il partito arabo-islamista Ra’am è corteggiato affinché entri nella coalizione di governo o comunque la sostenga. Lo Stato è retto da un governo provvisorio dopo che ben quattro elezioni in due anni non hanno espresso una maggioranza solida.

Il messaggio della crisi è multiplo. Il primo messaggio è lanciato dai Palestinesi ai paesi arabi che meditino di accedere agli Accordi di Abramo: non possono riconoscere uno Stato che viola il luogo sacro dell’Islàm e  ignorare la causa palestinese per compiacere l’amico americano.

Il secondo è diretto da ambedue le parti agli Stati Uniti di Biden, che intendono sganciarsi progressivamente dal Medio Oriente a favore dell’area indo-pacifica. La presenza di Washington è essenziale in fase di mediazione e per contrastare l’attività di altre potenze. Le stesse che, secondo il Governo d’Israele, starebbero dietro alla recrudescenza del conflitto.

L’Unione europea brancola nella pochezza del linguaggio e dell’azione. Siamo amici di ambedue le parti. Abbiamo l’interesse a porre termine al conflitto e cercare risposte circa la tempistica degli eventi e la disponibilità di armi sempre più potenti da usare, in prospettiva, in altri teatri. Aspettiamo l’avvento americano e il beneplacito russo.

di Cosimo Risi

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