Stop agli agi fiscali per i giganti del web (di Tony Ardito)

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Un report dell’Associazione Artigiani e Piccole Imprese (Cgia) di Mestre rileva che le micro e piccole imprese italiane sotto ai 5 milioni di euro di fatturato, nel 2019, hanno versato 21,3 miliardi di euro di imposte erariali in più rispetto alle web companies.

Due anni fa le controllate nel settore del WebSoft hanno avuto un giro d’affari in Italia di 7,8 miliardi di euro, 11mila occupati, ma al fisco hanno versato 154 milioni.

Nel 2019, le partite Iva – con fatturato al disotto di 5 milioni – hanno generato un fatturato di 814,2 miliardi e il contributo fiscale giunto all’erario dagli oltre tre milioni di piccole realtà è stato di 21,4 miliardi di euro: un importo di circa 140 volte superiore al gettito versato dalle multinazionali del web.

È evidente che gli effetti della pandemia hanno acuito gli squilibri. La nota organizzazione sottolinea che con il boom del commercio elettronico, negli ultimi 15 mesi, nel nostro Paese, le multinazionali del web hanno aumentato i ricavi, mentre la gran parte delle micro e piccole imprese ha subito un preoccupante calo degli incassi.

Il livello medio di tassazione di queste big tech, per Mediobanca, al 32,1%, nelle nostre piccole realtà è intorno al 60%: quasi il doppio. Occorre abbassare drasticamente il peso delle tasse sulle piccole attività che permane su livelli insopportabili.

Un segnale di chiarezza è partito da Bruxelles: il Parlamento Ue e il Consiglio hanno siglato un accordo che impone alle multinazionali, alle loro controllate con un fatturato annuo di oltre 750 milioni e che operano in più di un Paese, di pubblicare e rendere accessibile l’importo delle imposte versate in ogni Stato membro.

Il motivo per il quale le controllate delle multinazionali del web beneficiano di un tax rate del 32,1% sta nel fatto che circa la metà dell’utile ante imposte è tassato nei Paesi a fiscalità agevolata, la quale ha dato luogo a un risparmio fiscale cumulato che, nel periodo 2015-2019, è stato di 46 miliardi. Ma la cosa riguarda pure taluni prestigiosi brand nostrani che hanno trasferito la sede, fiscale o legale (fosse anche di una consociata), all’estero.

L’attesa svolta è giunta nel weekend scorso; i ministri delle Finanze del G7, riuniti a Londra, hanno raggiunto un accordo storico su una tassazione minima (15%) a livello globale per i profitti delle grandi multinazionali (corporate tax).

Una intesa che punta a colpire anzitutto le multinazionali del settore tecnologico, come Amazon e Microsoft, che sino ad oggi sono riuscite a trarre vantaggio dalla possibilità di vedere tassati i propri profitti nei Paesi dove il regime fiscale è più conveniente.

di Tony Ardito

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