Mr. Bond’s Choice (di Cosimo Risi)

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La scritta, la scelta di Mr. Bond, sovrasta la foto del fighissimo Daniel Craig – James Bond davanti ad una Aston Martin vintage, pare proprio la stessa di Sean Connery – James Bond in Goldfinger.

Un trittico irresistibilmente fascinoso per promuovere l’orologio al polso di Craig. Omega non è famoso quanto altri cronometri svizzeri. Si prenda Rolex che misura i tornei di tennis e la Formula 1. O il sofisticato  Audemars Piguet che orna il polso del giovane candidato di Italia Viva alle amministrative di Roma. Bersagli, lui e l’orologio, del vituperio dei social. Meriterebbe di essere votato solo per il buon gusto.

L’occasione della pubblicità è data da “No Time to Die”, l’ultimo film di Craig nei panni di 007. Li ha lasciati nel 2019 per indossare quelli dell’investigatore privato Benoit Blanc in Knives out (Cena con delitto). Il successo del primo film è stato tale che se ne gira il sequel. Il nome francese Benoit Blanc  rimanda al belga Hercules Poirot dell’Assassinio sull’Orient Express. Il modello è illustre.

La Mostra di Venezia propone l’ultimo Sorrentino. Paolo, regista internazionalmente affermato al punto che Netflix lo finanzia manco dirigesse il prequel del Trono di Spade, è il giovane napoletano miracolato dal santo laico della città, cui appunto è dedicato lo stadio già San Paolo.

Diego Armando Maradona lo salvò dalla morte che colpì i genitori, intossicati a Roccaraso da una fuga di gas. Il giovane Paolo non li seguì in villeggiatura perché andò in preghiera dal Santo. La sua era una devozione che definire sacra sarebbe esagerato, ma non si sbaglierebbe.

“E’ stata la mano di Dio” ripercorre con fantasia quell’episodio di vita del regista e di generazioni di napoletani ovunque nel mondo. Maradona salvò Paolo dalla malasorte e riscattò milioni dalla tristezza di sentirsi marginali in un mondo che li aveva visti primeggiare. Non occorre essere neo-borbonici per rammentare il primo treno in servizio e la vetustà ben portata della Federico II.

Maradona rappresenta l’idea platonica del gioco: non il singolo calciatore ma il calcio nella sua essenza. Alcuni hanno avuto il privilegio di ammirarlo dal vivo, altri, i più giovani, nei video. Sorrentino erige il tempio alla memoria.

Toni Servillo sta a Sorrentino come Marcello Matroianni a Federico Fellini e Robert De Niro a Martin Scorsese. Nella pellicola interpreta il padre del regista. Un personaggio solo in parte realistico, la sceneggiatura mescola fatti e sogni.

Servillo nota che a Sorrentino lo uniscono l’ironia, quella che ti impedisce di prenderti sul serio anche quando sei o ritieni di essere importante, e la dedizione al lavoro. L’ironia è dote diffusa, la dedizione il napoletano la sfodera in circostanze date. E d’altronde ce ne vuole per inventarsi giornalmente il lavoro.

Interrogato su Napoli, l’attore mette in guardia sulla grancassa del rinascimento: “Napoli nasce e muore in un ciclo di esperimento sociale continuo, che ne fa forse la vera metropoli italiana”.

Premiato con il Leone alla carriera, Roberto Benigni strappa l’applauso con la dichiarazione d’amore alla moglie. Impasta, senza richiamarli,  il discorso di Fellini agli Oscar e lo scritto di Jorge Luis Borges. Il comico muove al pianto anziché al riso, la parabola è mesta.

Grazie al Green Pass torniamo in sala con qualche sollievo. Ci aspettano titoli da godimento visivo e sonoro. In quale sequenza Craig pronuncerà per l’ultima volta la battuta “Bond, James Bond”? Vedremo Maradona all’opera o sarà evocato in assenza, per una sorta di riverente iconoclastia?

di Cosimo Risi

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